Pur di fare cassa è stato abbattuto il valore degli immobili La Corte dei conti affonda il governo sulle cartolarizzazioni. Le operazioni sono state fatte in fretta e furia, senza un'accurata valutazione del rapporto costibenefici, al punto da rendere impossibile valutarne gli effettivi impatti in termini di riduzione del deficit e di abbattimento del debito pubblico. Con il risultato di una pesante svalutazione del patrimonio statale. È tutto scritto nelle 344 pagine Analisi dei risultati delle cartolarizzazioni', il corposo documento che ItaliaOggi ha potuto consultare in anteprima. Al 31 dicembre 2005 il portafoglio di beni ceduti ammontava a 129,2 miliardi di euro (84,8 se non si tiene conto dei crediti inesigibili dell'Inps) per 57,7 mld di corrispettive riscossioni (il 44 delle cessioni complessive, che diventano il 68 escludendo i citati crediti Inps). Poco più di 28 miliardi gli effetti immediati sulla riduzione del debito e 9,6 quelli sull'indebitamento netto. Questi i numeri. Ma basta leggere le considerazioni di sintesi per vedere quanto sia pesante la bocciatura assegnata della Corte dei conti all'esecutivo, in particolare ai due ministri dell'economia che hanno seguito tutte le operazioni Scip, cioè Giulio Tremonti e Domenico Siniscalco. Le operazioni di cartolarizzazione varate da viale XX Settembre sono frutto di decisioni di natura squisitamente politica', scrive, infatti, la Corte dei conti, basate più su considerazioni di necessità di breve termine e di consenso, e meno di accurati calcoli di convenienza economico-finanziaria'. Sotto accusa l'intero processo di alienazione. L'obiettivo delle dismissioni è tutt'altro che chiaro', si legge nel documento. Se, a livello formale, infatti, finalità delle operazioni era dismettere gli attivi (beni immobili e crediti contributivi) il cui costo di detenzione risultasse superiore ai vantaggi ricavabili dalla loro cessione, in realtà, valuta la Corte dei conti, unico obiettivo realmente perseguito è il rispetto degli obblighi imposti dal patto europeo di stabilità e di crescita'. Il ministero del tesoro, dunque, per non mettere le mani nelle tasche degli italiani e contenere lo sfondamento dei parametri di Maastricht, avrebbe adottato procedure per fare rapidamente cassa, ma non per realizzare l'obiettivo formalmente dichiarato'. Via, dunque, all'alienazione degli attivi che sono risultati di più agevole dismissione, piuttosto che quelli la cui detenzione risultava meno vantaggiosa della cessione'. La Corte dei conti punta il dito anche sulle modalità delle operazioni. Una mancata contabilità economica' e il mancato aggiornamento degli inventari' del patrimonio pubblico, unitamente alla ristrettezza dei tempi imposti per le singole operazioni' hanno fatto sì che la scelta dei beni da dismettere è solo parzialmente avvenuta in conformità a oggettivi criteri di razionalità e imparzialità'. Ciò si riflette anche nei termini di scarsa trasparenza dei costi sostenuti e dei risultati conseguiti'. Dunque, una stroncatura senza appello. Difficile anche fare una verifica della convenienza del processo, in larga parte frustrata dall'incompletezza e dall'inadeguatezza degli elementi informativi resi disponibili dalle amministrazioni controllate'. Una carenza di dati pur sollecitata dalla Corte dei conti e che ha impedito, afferma il documento, di fugare i molti dubbi e i molti equivoci che hanno accompagnato le operazioni'. Sono rimasti aperti, così, rilevanti problemi di natura contabile e le cessioni hanno avuto luogo solo in parte secondo criteri di competitività'. Il forte divario riscontrato tra i portafogli cartolarizzati e i corrispettivi è imputato, inoltre, all'ampio ricorso alla pratica della sovracollateralizzazione', ovvero l'uso eccessivo di garanzie collaterali. E tutto questo per l'Inps, che vanta 44,6 miliardi di vecchi crediti (per buona parte inesigibili), ha il sapore di una beffa. Nonostante le cartolarizzazione il portafoglio dei crediti non si è ridotto', sostiene la Corte dei conti, ma è ulteriormente aumentato'.
In svendita il patrimonio dello stato La pesante denuncia della Corte dei conti nella relazione di analisi sui risultati delle cartolarizzazioni.
La Corte dei conti ha condannato il governo per le cartolarizzazioni di beni statali. Le operazioni sono state fatte in fretta e furia senza un'accurata valutazione dei costi e dei benefici. Ciò ha portato a una pesante svalutazione del patrimonio statale. Il documento di analisi dei risultati delle cartolarizzazioni mostra che il portafoglio di beni ceduti ammontava a 129,2 miliardi di euro, mentre le riscossioni ammontavano a 57,7 miliardi. Le operazioni hanno avuto luogo senza trasparenza e con tempi di scelta dei beni da dismettere troppo brevi.
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