Fosse solo il vaso di Eufronio! Visitando i grandi musei, dal Louvre al British, sorpreso di vedere cose famose, persine a monumentali, di altri Paesi, sono stato spesso portato a esclamare: come mai qui? E a proposito di espatriati: quando tornerà a casa il Tesoro dì Troia? Renato Malgaroli renatoraalgarolialice.it Caro Malgaroli, il custode del Tesoro di Troia a Mosca è Irina Antonova, direttrice da qualche decennio del museo Pushkin e gelosa conservatrice di tutto ciò che cadde, prima e dopo la guerra, nelle mani dell'Unione Sovietica. Le racconterò una storia che può dare al lettore una idea dello stile con cui questo cerbero russo difende il suo patrimonio. Quando vivevo a Mosca appresi da Vanni Scheiwiller (un brillante editore italiano, morto qualche anno fa) che suo padre, fondatore della casa editrice e accanito collezionista, aveva stretto rapporti epistolari, verso la metà degli anni Trenta, con un critico russo che seguiva attentamente l'arte occidentale. Da quella corrispondenza nacque un progetto. Il padre di Vanni avrebbe inviato a Mosca una ventina di opere dipinte da pittori italiani, e l'amico russo avrebbe inviato a Milano altrettante opere dipinte da giovani artisti sovietici. Vanni Scheiwiller sapeva che le opere russe erano andate disperse in diverse collezioni italiane e che quelle italiane erano state acquisite dal museo di arte moderna creato da Lunacharskij, il grande ministro sovietico dell'Istruzione e della cultura, per ospitare tra l'altro le grandi collezioni private prerivoluzionarie degli impressionisti francesi. Ma il museo d'arte moderna era stato successivamente soppresso e la sua collezione era stata divisa fra due grandi istituzioni: il Pushkin di Mosca e l'Ermitage di Leningrado. Sapevamo che l'Ermitage aveva ereditato i pezzi migliori delle collezioni di Morozov e Shukhin. Ma non sapevamo che cosa fosse accaduto delle opere italiane. Mi detti da fare e riuscii finalmente a scoprire che erano finite nei magazzini del Museo Pushkin. Quando chiesi alla signora Antonova di vederle, mi accorsi che le sue sopracciglia si aggrottavano e che i suoi occhi prendevano il colore del ghiaccio. Temeva, evidentemente, che io mi preparassi a chiederne la restituzione. Sbagliava. A me sarebbe piaciuto, più semplicemente, che il Pushkin dedicasse a quelle opere una piccola sala. Dopo qualche resistenza me ne fece vedere alcune con il contagocce, fra cui, se non ricordo male, quadri di Carrà, Campigli, Tosi, de Pisis. Le opere sono ancora nei depositi del Pushkin, ma l'episodio dimostra che la circolazione dell'arte può presentare vantaggi di cui è bene essere consapevoli. Ho cercato di recuperare il vaso di Eufronio perché mi è sempre parso scandaloso che i musei americani, paladini di mecenatismo e di virtù civili, si affidassero per i loro acquisti a tombaroli e sensali di dubbia reputazione. Ma non credo che l'arte italiana godrebbe di tale universale reputazione se le sue opere non fossero presenti in alcuni fra i maggiori musei del mondo. Il Louvre, il British Museum, la National GaHery di Washington, il Metropolitan di New York, l'Ermitage di Pietroburgo, la Alte Pinakotheke di Monaco di Baviera, il Prado di Madrid e il Kunst Historisches Museum di Vienna sono visitati ogni anno da milioni di persone provenienti da ogni continente. E in ciascuno di quei musei il visitatore trova l'Italia. È questa la ragione per cui ho sempre pensato che il principio del recupero andasse mitigato e corretto con il principio della prescrizione e della convenienza reciproca. È giusto chiedere alla Francia la restituzione di un'opera (le «Nozze di Cana» di Paolo Veronese) che è al Louvre da circa due secoli? È giusto riportare in Grecia un pezzo di Partenone che è al British Museum da quasi tre secoli e che parla di Atene ogni anno a centinaia di migliaia di visitatori?