Tre attentati alla chiesetta perché «rovina la strada» La settecentesca Madonnina dava fastidio perché «intralcio allo sviluppo» Così dal 1973 fu bersaglio di attacchi al tritolo e incendi finché i tutori delle belle arti riuscirono a salvarla, ridotta a spartitraffico Vederla ancora lì, nel bel mezzo del rondò all'ingresso del paese, è forse il miracolo più grande della Madonna della Natività, la chiesetta che è tra i simboli di Monteforte. Il tempietto settecentesco, infatti, invece che una parte del patrimonio storico e architettonico da conservare, qual è, fu per anni considerata un ostacolo allo sviluppo del paese tanto che parte della popolazione si schierò per la sua demolizione. A salvarla, dopo un serratissimo braccio di ferro, fu la Soprintendenza ai monumenti di Verona. La battaglia iniziò nel marzo del 1973, quando la Soprintendenza scrive al Comune diffidandolo dal demolire la chiesa, «edificio vincolato». Ragioni di viabilità? «Si invita a studiare il modo per rendere sicuro l'incrocio nel quale si trova la chiesa della Madonnina, o mediante l'installazione di un semaforo o con una deviazione della strada». La prima soluzione proposta, però, fu bocciata dalla Divisione tecnica della Provincia di Verona che il 18 ottobre dà al Comune «parere favorevole sull'opportunità di un sollecito abbattimento della suddetta chiesetta, oramai non aperta al culto». Ma la Soprintendenza vigila e la Provincia allora «si dichiara disponibile per la realizzazione di una rotonda con al centro la chiesetta della Madonnina». Il fronte pro abbattimento riunisce la gran parte dei montefortiani, ma tra le voci fuori dal coro c'è quella di Graziano Perbellini, che informa infatti il soprintendente del voto unanime (una sola astensione) espresso dal Consiglio comunale a favore dell'abbattimento. Tutto tace per oltre tre anni, fino a quando il caso esplode, letteralmente. Alle 23.15 del 15 aprile 1977 fonogramma dei carabinieri: «Arma Monteforte Alpone (Vr) veniva telefonicamente informata che periferia quel centro abitato, davanti chiesetta chiusa at culto, eransi verificate due esplosioni che avevano danneggiato muri esterni detto immobile et infranto vetri abitazioni circostanti. Trattasi di cariche confezionate con polvere mina. Da prime indagini escludesi movente politico». Una delle cariche è stata deposta all'esterno della chiesetta, sulla via Cappuccini. Per collocare la seconda, gli attentatori hanno forzato con una leva la porta della chiesetta, deponendo l'ordigno all'interno del muro, sotto la buca delle elemosine. La Procura della Repubblica di Verona, apre un'indagine. La Soprintendenza stima il danno in 600mila lire. La Madonnina torna relativamente tranquilla per altri due anni, fino alle 23.50 del 9 febbraio 1979: «Arma Monteforte Alpone (Vr) veniva informata telefonicamente che davanti chiesetta chiusa at culto et sottoposta at vincolo da Soprintendenza beni ambientali et architettonici, sita periferia quel centro abitato, erasi verificata forte esplosione presumibilmente confezionata con polvere mina che ne aveva danneggiata facciata et infranto vetri abitazioni circostanti. Escludesi movente politico. Azione est da attribuire verosimilmente at agricoltori locali che stanno subendo esproprio terreni per costruenda circonvallazione cui tracciato naturale esigerebbe demolizione chiesetta». La mattina dopo il sindaco Lauro Manfro scrive alla Soprintendenza: «Urge intervento o autorizzazione definitivo abbattimento», ma il soprintendente Zurli ribadisce: restauro, e intanto «stretta vigilanza al monumento». Stavolta la bomba allarma anche il paese: un vicino della Madonnina è stato ferito «fortunatamente in maniera leggera», scrivono i confinanti alle autorità. «Miracolosamente sia nel primo che nel secondo attentato non sono stati provocati danni a un deposito di compressione del gas metano a uso domestico che si trova proprio appiccicato alla chiesetta». Lo stesso argomento muove la penna del sindaco Franco Monaco che, scrivendo a prefetto e Soprintendenza, ricorda che «il Consiglio comunale nel 1973 aveva deliberato l'abbattimento». Notte dell'8 marzo. «Comunicasi in data odierna at ore 1,20 squadra questo comando est intervenuta per incendio di chiesetta in località Monteforte d'Alpone via Cappuccini at causa incendio» e qualche ora prima era stata trovata una carica di tritolo di 40 chili dentro la chiesetta. Il sindaco Monaco «richiede immediato intervento di codesta Soprintendenza. In caso mancato intervento o autorizzazione abbattimento codesta Soprintendenza sarà ritenuta responsabile danni cose o persone». Il soprintendente Zurli non si fa intimidire e ammonisce il sindaco: «Questo ufficio sta predisponendo gli atti e le opere per la conservazione dell'immobile monumentale in argomento e comunica che i lavori di consolidamento saranno iniziati entro il corrente mese». Il 27 marzo 1979 L'Arena pubblica una lettera a firma di Roberto Pace, che fa riferimento alla «raccolta di firme di un comitato che si prefigge la demolizione dell'antica chiesa della Madonnina a Monteforte. Se la pericolosità dell'edificio è la cosa che sta più a cuore, perché il comitato non invita il sindaco a utilizzare subito i 4 milioni che la Soprintendenza ha stanziato? Il fatto è che, probabilmente per propaganda di pochi, si è insinuata nella popolazione l'idea della necessità della demolizione, in quanto, si dice, sarebbe edificio di scarso valore artistico, di epoca recente, e che sarebbe pericoloso per la circolazione automobilistica». Pace, dopo aver impartito ai compaesani una lezione di storia e architettura, sottolinea come la chiesa debba invece essere salvata perché «testimonianza di cultura che la nostra generazione non deve assolutamente eliminare, ma tramandare così come è ai nostri discendenti. In caso contrario è possibile che le future generazioni ci giudichino degli sradicati, i cui valori sono riposti in tutt'altre attività che quelle proprie della cultura, non solo aristocratica, ma anche popolare». Sulla vicenda cala così il più assordante silenzio: i lavori di restauro iniziati il 19 marzo di quell'anno si concluderanno dopo nemmeno due mesi. Attorno alla chiesetta sarà costruita la rotatoria, gli interventi conservativi si succederenno negli anni e anche del bombarolo di Monteforte non si sentirà più parlare. In molti, però, continuano a parlarne in paese e molti guardano alla vicina cava di San Lorenzo come luogo di provenienza dell'esplosivo. Ma, a trent'anni dagli attentati, questo capitolo della storia resta ancora da scrivere.
VERONA: Povera Madonnina, salvata dai bombaroli dal soprintendente ai monumenti
La chiesetta della Madonnina a Monteforte d'Alpone, in provincia di Verona, è stata bersaglio di due attentati alla bomba nel 1977 e 1979. Nel 1973, la chiesetta era stata oggetto di attacchi al tritolo e incendi, ma grazie all'intervento della Soprintendenza ai monumenti di Verona, è stata salvata. Nel 1977, due cariche con polvere mina sono state scoperte all'esterno e all'interno della chiesetta, e sono state effettuate due esplosioni. Nel 1979, un'esplosione ha danneggiato la facciata della chiesetta e ha ferito un vicino.
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