L'oggetto del contendere è una tela alta 408 centimetri e larga 1300. Un quadro che rappresenta il "Seppellimento di Santa Lucia" ed è opera dell'artista che più di ogni altro, da un paio di decenni a questa parte, calamita folle di spettatori di eventi espositivi o supposti tali, Michelangelo Merisi da Caravaggio. Eseguito probabilmente in breve tempo a Siracusa nell'autunno del 1608 Caravaggio era appena sbarcato in Sicilia dopo una fuga rocambolesca da Malta il dipinto ci è pervenuto in condizioni precarie: I restaurato nel 1821 come si usava allora, cioè ridipingendone larghe parti per ovviare al distacco del colore, il I "Seppellimento" è stato I preso in consegna dall'Istituto centrale del restauro di Roma una prima volta nel 1942, e una seconda dal 1972 al 1979 attraverso interventi che ne hanno eliminato le ridipinture ri velando la stesura originaria e i colpi di luce sordi e smorzati che caratterizzano la produzione estrema del pittore lombardo. Ma non basta. All'indomani della grande mostra su "Caravaggio in Sicilia" (1984) la grande tela è stata alloggiata nel Museo regionale di Palazzo Bellomo, anziché nella piccola chiesa di Santa Lucia a Siracusa da dove proveniva, che non offriva le necessarie garanzie di sicurezza. E, soprattutto negli ultimi tempi, ha preso a viaggiare, contesa come una star. E stata a Napoli lo scorso anno, per la mostra su "L'ultimo Caravaggio" organizzata dalla Galleria di Capodimonte; avrebbe dovuto seguire l'esposizione a Londra, nella sede prestigiosissima della National Gallery, ma l'assessorato regionale ai Beni culturali preferì dirottarla a Torino, trasformandola in icona passepartout della rassegna dedicata a "II Male" organizzata da Vittorio Sgarbi, il critico che con gli assessori della giunta targata Cuffaro (prima Fabio Granata, poi Alessandro Pagano) ha stabilito solidi e privilegiati rapporti di collaborazione. Già prima di questa occasione l'Istituto centrale del restauro aveva chiesto di potere effettuare delle indagini; ma appena montato il cantiere di monitoraggio, l'opera è stata nuovamente richiesta, sempre da Sgarbi, per l'esposizione su "Caravaggio e l'Europa" al Palazzo Reale di Milano, a cui l'Istituto ha opposto un parere negativo. Il dipinto, a detta degli esperti, non era in condizione di partire. Il braccio di ferro si è concluso come è noto: la mostra si è inaugurata senza il dipinto, ma le pressioni dell'assessorato regionale hanno, infine, costretto l'Istituto a cedere. «L'equivalente delle dimissioni volontarie del paziente», ha scritto amareggiata la direttrice Caterina Bon Valsassina in un articolo pubblicato a dicembre sul quotidiano "II Sole 24 Ore". «È uscito sventolante, senza neppure la cassa di imballaggio, per non perdere tempo», racconta ora Anna Maria Marcone, il funzionario dell'Istituto che ha seguito il Caravaggio e ne ha predisposto il ricovero e le analisi necessarie. «L'opera presenta diffuse alterazione delle vernici prosegue e le indagini prevedevano un monitoraggio di sei mesi con dei sensori per individuarne le cause e studiare i rimedi in modo da assicurare una migliore leggibilità, e per valutare il tensionamento della tela in merito alle variazioni climatiche; uno studio complessivo, importante anche per gli altri due Caravaggio siciliani superstiti, la "Resurrezione di Lazzaro" e la "Adorazione dei pastori" ora conservati al Museo regionale di Messina. Siamo stati invece costretti a smontare il cantiere di restauro invalidando le procedure seguite sino a quel momento, così che le indagini dovranno iniziare da capo». Ma la querelle, per il "Seppellimento di S. Lucia", non termina qui. Al contrario: chiusa la mostra milanese lo scorso 5 febbraio, il dipinto non è rientrato come previsto a Roma («Avevamo chiesto le garanzie di potere effettuare tutte le indagini necessarie», afferma Marcone) ma è stato condotto con un preavviso di sole 24 ore a Palermo, nei locali della Galleria regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis, dove è giunto il 15 febbraio e quindi alloggiato in condizioni di fortuna per essere nei prossimi giorni esaminato dai tecnici del Centro regionale per il restauro. Un cambiamento di programma unilaterale, non concordato con l'Istituto di Roma e che segna una grave frattura nei rapporti istituzionali tra il centro di Roma (di assoluto prestigio mondiale, all'avanguardia per mezzi e strutture) e la Regione Sicilia. Chi rischia di farne le spese, come spesso è accaduto di recente, è la cultura della conservazione dei beni culturali. Il "Seppellimento di Santa Lucia", infatti, non è un episodio isolato ma risponde a una politica precisa. La parola d'ordine, che dovrebbe mettere a tacere critiche e obiezioni, è marketing culturale. Come dire: efficienza, capacità manageriale, modernizzazione e, tradotto operativamente, l'idea che in un bene culturale sito archeologico, museo o singola opera che sia ciò che importa è soprattutto la sua potenzialità di far fruttare denaro o fungere da veicolo promozionale in giro per il mondo. Tutto il resto (la conservazione, lo studio, finanche la tutela) viene dopo, quando non è considerato una fastidiosa palla al piede. In Sicilia, uno dei più convinti assertori del marketing culturale è l'assessore ai Beni culturali della Regione, Alessandro Pagano. In nome di questo principio ha inviato per otto mesi il Satiro danzante di Mazara del Vallo in Giappone, con disordini al momento della partenza e festa grande al ritorno, come avveniva, in passato, per le reliquie dei Santi patroni; si è fatto promotore del prestito di tre dipinti di Antonello da Messina al Metropolitan Museum di New York, dove saranno esposti sino ai primi di marzo, e ha inviato a Torino, in occasione delle Olimpiadi, la statua del giovinetto diMozia, per altro abbonata in passato alle trasferte (raro privilegio: è stata esposta due volte a Palazzo Grassi, prima nella mostra sui Fenici, poi a quella sui Greci in Occidente). Tutte operazioni che dovrebbero assicurare un ritorno di immagine e di flussi turistici (tutti da dimostrare e certamente meno efficaci nel medio periodo di una politica di piena salvaguardia e valorizzazione delle risorse artistiche e culturali del territorio) e che intanto svuotano per molti mesi i musei di alcuni dei capolavori di maggiore richiamo. Prendiamo ad esempio il caso di Antonello da Messina: due trai dipinti siciliani esposti ora a New York (la "Annunzia-ta" esposta a Palazzo Abatellis e il "Ritratto di ignoto" del Museo Mandralisca di Cefalù) saranno a breve trasferiti a Roma, dove a marzo si inaugura alle Scuderie del Quirinale una grande mostra dedicata all'artista siciliano. Ma se la rassegna romana si presenta sin da adesso come una occasione importante dopo oltre cinquant'anni per vedere riuniti tanti capolavori di Antonello provenienti da musei di mezzo mondo, la trasferta newyorkese era invece priva di una specifica necessità scientifica, e i dipinti valevano soltanto come testimonial pubblicitari. Alla stregua di un prodotto enogastronomico doc siciliano e a dispetto delle norme di conservazione, che imporrebbe maggiore cautela per i dipinti su tavola e non certo lo stress di una doppia tournée. Ma l'episodio più paradossale di questa tendenza a muovere le opere d'arte come figurine del Risiko si è verificato lo scorso dicembre, quando la "Annunciazione" di Antonello proveniente da Palazzolo Acreide e custodita a Palazzo Bellomo (opera fragilissima dal tessuto pittorico lacunoso, già trasferita su tela dall'originario supporto ligneo) è stata esposta presso la chiesa di San Giuseppe a San Cataldo. Nessuna mostra, questa volta, a giustificare l'evento, soltanto il grazioso cadeau natalizio dell'assessore alla sua cittadina di origine. Probabilmente non è ancora finita: incombe, naturalmente prima delle elezioni, una prossima rassegna dei prodotti siciliani in Cina, il Paese del momento. Vasi antichi, statue e dipinti di pregio sono avvertiti.