Le scelte A Taranto c'è già battaglia trai fautori di due progetti antitetici Però il Comune ha un indebitamento di 148 milioni di euro I precedenti II modello dovrebbe essere il «Belfast», l'incrociatore ormeggiato sul Tamigi Poteva finire così; smontato, fatto a fettine con la fiamma ossidrica e infilato dentro un altoforno a 2000 gradi. Invece no, contrordine: l'incrociatore lanciamissili portaelicotteri Vittorio Veneto, simbolo della Marina Militare e ammiraglia della flotta italiana fino all'ingresso in scena (1985) del portaeromobili Garibaldi, ora è indistruttibile. Il ministero della cultura lo inserirà tra i beni culturali sottoposti a vincolo, come un vaso greco. Un vaso un po' più grande del normale. Cen-tottanta metri per 20, stazza 9500 tonnellate, il Vittorio Veneto diventerà un museo del mare conquistando due record: sarà la prima nave da guerra a ottenere il riconoscimento di bene culturale e la prima nave museo italiana, II ministro Rocco Buttiglione ha annunciato la decisione. Ancora qualche settimana per le pratiche e il Vittorio Veneto sarà salvo: «E' un bene di interesse storico artistico» dice Augusto Ressa, sovrintendente reggente dei beni architettonici del Salento «ed è opportuno sottoporlo a vincolo». Il decreto impedirà che l'incrociatore, collocato nella "riserva" della flotta nel 2003 e destinato al disarmo, venga venduto dalla Marina Militare come rottame e demolito. Ormeggiato a una banchina di Taranto, nella più grande base navale italiana in cui ha trascorso tutta la sua vita, il Vittorio Veneto ha ancora a bordo 120 persone, equipaggio in versione ridotta (erano 557 ai tempi d'oro) che l'accompagnerà all'ammaina bandiera di giugno, l'ultimo di una camera durata 35 anni. Un minuto dopo sì aprirà la vera partita. Che fare? Il Veneto dovrebbe diventare una esposizione sul mare, questo è certo. Ma se il sommergibile Toti, trainato in uno spettacolare dribbling tra i palazzi di Milano, è stato collocato nel Museo della Scienza nell'agosto del 2005, l'incrociatore Vittorio Veneto, più o meno coetaneo (fu varato nel 1967, un anno prima del Toti), dovrebbe diventare esso stesso un museo. Bisognerà capire con quali soldi e con quale progetto. A Taranto, storica colonia magnogreca circondata da due mari, un megacentro siderurgico e punteggiata di reperti archeologici, ora si ritrovano un bene culturale in più e non sanno dove metterlo. Secondo alcuni sarebbe il caso di spostarlo in Mar Grande, quasi accanto alla nuova stazione navale. Servirebbero 15 milioni di euro, un nuovo molo, un edificio a terra che ospiti reception, uffici e sale espositive supplementari, più un circolo per le truppe costruito chiavi in mano per la Marina, che l'esige in cambio della cessione a titolo gratuito della nave. Il piano di fattibilità elaborato dagli ingegneri Giuseppe Vecchi e Gianfranco Tonti è stato già studiato dallo Stato maggiore e potrebbe andare. Ma di progetto ce n'è anche un secondo, dell'architetto Giovanni Tridico, caldeggiato da Alfredo Cervellera, consigliere comunale dei Ds, capo ufficio statistica dell'Arsenale, lo stabilimento militare che per un secolo ha scandito la vita economica della città. Secondo questo progetto, la nave dovrebbe restare dov'è, in Mai Piccolo, il mare interno di Tarante. Messa "in secco" con una struttura in cernente che l'abbraccerebbe, la nave museo avrebbe accanto un vecchio capannone militare, novemila metri da ristrutturare: qui altre sale espositive, parcheggi e un acquario. Anche in questo caso servono 15 milioni di euro. Il Comune, con un indebitamento di 148 milioni di euro, non li ha. Ha chiesto aiuto alla Regione Puglia e attende. Attendono pure i due inventori di questa iniziativa che all'inizio sembrava un po' folle: l'ammiraglio Edoardo Faggioni, presidente del gruppo tarantino dell'Anmi, l'associazione marmai d'Italia, e Giuseppe Mastronuzzì, un geologo che non ha dimenticato i suoi due anni da ufficiale della Capitaneria e riempie la sua esistenza occupandosi di navi. Creatori e animatori dell'associazione nave nauseo Vittorio Veneto che ha raccolto adesioni a Bologna, Milano, Livorno, Genova, Taranto e ovviamente a Vittorio Veneto, hanno prima sottoposto l'idea agli enti locali, messo nelle mani del ministro la richiesta di "vincolo", e adesso guardano un po' questa partita a tennis tra chi giudica impossibile mettere "in secco" un gigante da quasi 10 mila tonnellate e chi non vorrebbe portarla via dalla sua sede storica. Una contesa a fin di bene. Perché l'obiettivo è fare della Vittorio Veneto la seconda nave museo del Mediterraneo (la prima è l'incrociatore Averos, in Grecia) sul modello del Belfast, incrociatore ormeggiato sul Tamigi o, addirittura, "della portaerei Intrepid parcheggiata sulla cinquantaquattresima strada di New York e sui cui i newyor-chesi organizzano anche feste per i bambini" suggerisce Marco Amatimaggio, giornalista esperto di cose militari. Insomma sale di esposizione, visite guidate, rosticcerie e negozi zeppi di ninnoli. Hanno provato a fare i conti sole con i biglietti. Se la Belfast fa 250 mila visitatori l'anno, qui si possono tirare fuori due milioni e mezzo dì euro Un affare. Per il momento, ne servono 15. Senza, la vecchia ammiraglia salvata dall'altoforno rischia di arrugginire.
La Vittorio Veneto diventerà un museo Ma i soldi non ci sono
Il Vittorio Veneto, l'incrociatore italiano, è stato dichiarato bene culturale e sarà trasformato in un museo del mare. Il ministro della cultura ha annunciato la decisione, che prevede la protezione del bene e la sua conservazione. La nave, che ha trascorso tutta la sua vita a Taranto, sarà messa "in secco" e trasformata in un museo con sale espositive, parcheggi e un acquario. Il progetto richiede 15 milioni di euro. Il Comune di Taranto, con un indebitamento di 148 milioni di euro, non ha i fondi per il progetto. La Regione Puglia e gli inventori del progetto attendono aiuto.
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