Le opere d'arte? Sono come gli esseri umani, delicate e sensibili. Ciascuna, nel corso della sua esistenza, si adatta al microclima in cui vive, facendolo suo: spostarla in un altro ambiente, anche se migliore, può essere deleterio, soprattutto quando si tratti di un dipinto su tavola». Parola di Cristina Acidini, soprintendente dell'Opificio delle pietre dure di Firenze, istituzione di eccellenza che afferisce al ministero dei Beni culturali, nata dalla fusione delle botteghe fiorentine alla fine del XVI secolo. Dagli anni Settanta, l'Opificio ha esteso il suo raggio d'azione su tutto il territorio nazionale, anche se mantiene una certa preferenza operativa per Firenze in quanto sede operativa e museo al cielo aperto. Negli ultimi anni, le richieste di intervento arrivano da tutto il mondo, tanto che al Cairo l'Opificio contribuisce al recupero di Palazzo Rosso e a Malta continua il periodico controllo della grande tela di Caravaggio restaurata dieci anni fa. Soprintendente, partecipare a una mostra può rappresentare un pericolo per dipinti e sculture? «Ogni opera è un caso a sé, ed è difficilmente prevedibile la sua reazione al suo spostamento. Per questo esistono le perizie dei tecnici, come i nostri, che arrivano a trasferirsi fino in Cina e n Giappone». Il cambiamento di ambiente può comportarsi come un killer? «Non esageriamo. Diciamo che, soprattutto quando si tratta di antichi dipinti su tavola, le attenzioni non bastano mai. Facciamo un esempio: nel corso dei secoli un'opera si è acclimatata alle condizioni della chiesa in cui è esposta, magari da secoli, anche se è fredda e umida. Trasportarla nelle sale di un museo che osserva i parametri considerati ad hoc (20 gradi di temperatura e il 55 di umidità), può alterare i suoi standard abituali. Ecco allora che il legno può restringersi o dilatarsi, provocando il distacco di quello che c'è sopra: il colore». Cosa che può avvenire anche durante il trasporto? «Esattamente. I momenti critici sono due: il trasporto e l'installazione. Noi siamo abituati a cercare di considerare tutte le fasi per assicurare stabilità climatica alle opere su tavola, particolarmente delicate, in quanto le tavole sono spesso formate da assi tenute insieme da colle o chiodi». Come prevenire i guasti? «Teche climatizzate per il trasporto, un attento studio della storia e delle condizioni in cui Vive l'opera che vogliamo esporre, sono supporti indispensabili. Ma non solo». Che cosa, ancora? «La tecnologia ci vuole, ma l'elemento umano di valutazione e di garanzia che vengano eseguite le disposizioni impartite, è la condizione necessaria, onde evitare eventuali danni. Anche se qualche incognita rimane sempre». Dovuta a quali fattori? «La composizione del colore, ad esempio. Mettiamo che le variazioni di umidità e di temperatura del luogo in cui abbiamo spostato il nostro dipinto su tavola facciano dilatare il legno: il colore reagirà in modo diverso a seconda della miscela con cui è composto. Più elastico e capace di ammortizzare le variazioni se mescolato a colla di coniglio». Colla di coniglio... «Proprio così. I grandi maestri del passato utilizzavano queste componenti organiche per rendere il colore più elastico, in grado si assorbire maggiormente i piccoli traumi. A volte la ricetta non era così, e quindi l'opera, realizzata con colore secco o vetroso, sentirà di più il movimento del legno e sarà soggetta a rischi come i distacchi di colore». Importantissimo anche valutare il luogo di provenienza... «Indispensabile, direi. È impossibile scindere un'opera dal luogo in cui 'vive'. Prendiamo, ad esempio la Pala di Giorgione del Duomo di Castelfranco: stiamo studiando attentamente la situazione in relazione alla cappella dove si trova, fredda e umida. Il problema, anche in questo caso, nasce dalla variazione del clima, fatto di umidità e temperatura. Il sabato e la domenica la chiesa viene riscaldata per la messa, e questo crea grossi problemi alla Pala, commissionata nel 1477 da Tuzio Costanzo, uomo d'armi, per la cappella di famiglia, in occasione della morte del figlio Matteo». Come pensate di intervenire? «L'idea è quella di realizzare una sorta di isolamento, che la tenga al riparo dagli sbalzi di temperatura, sempre da evitare». Torna in mente il paragone opere d'arte-esseri umani... «In fondo è così; quando si dice che una persona ha 'preso un accidente', lo si può benissimo riferire anche a un dipinto». Le è capitato di trovarsi davanti a un'opera 'vittima' di danni a causa del suo spostamento, magari per una mostra? «E capitato, e ben più di una volta: muovere antichi dipinti, soggetti ad alterazioni, comporta procedure onerose e i rischi, lo ripeto, ci sono comunque: valutare il luogo di provenienza e adottare le dovute precauzioni è indispensabile. E a volte, non basta».