L'incendio di origine imprecisata scoppia aile 6 di ieri mattina nell'angolo sudoccidentale del Palatino e distrugge attrezzi e baracche delle ditte che lavorano per la Soprintendenza archeologica, danneggiando materiali e reperti provenienti dagli scavi delia Domus Tiberiana. La scena sembra quasi poterci ricondurre emotivamente per analogia alle iatture di un lontano passato: largamente nota, forse soprattutto grazie al Quo Vadis? cinematografico, la catastrofe di età neroniana che nel 64 d.C. arse completamentc tre delle regiones, dei rioni dcll'Urbe, e arrecò danni gravissimi ad altre sette, è infatti solo il più grave e conosciuto dei molti incendi che devastarono la capitale del mondo antico. Si tratta in realtà, in questo caso, di una pura suggestione. Il parallelo, infatti, non regge: caratteristica di Roma antica, la frequenza e la gravità degli incendi sono oggi per la diversa natura dei materiali edilizi e la diversa efficienza dei mezzi assai meno sensibili. Si può dunque certamente concordare con l'atteggiamento del soprintendente archeologo Adriano La Regina il quale tende a sdrammatizzare la portata dell'episodio, riconducendolo al più, ove pure doloso, alla bravata o all'atto di vandalismo di un singolo. A rischi ben maggiori appare esposta, tuttavia, l'intera area del Palatino, che contiene memorie inestimabili del nostro passato come la capanna di Romolo, le Scalae Caci, o il tempio della Magna Mater, e, se anche in questo caso la pacatezza del Soprintendente attenua in un certo modo altre voci (vi è chi, come la dottoressa Maria Antonietta Tomei, parla esplicitamente di «situazione tragica»; e prospetta addirittura l'ipotesi di un possibile «scivolamento a valle» di parte del Colle a causa delle lesioni nel banco di tufo che lo compone), il suo responso non esclude, ove non si intervenga a tempo, la possibilità del crollo di alcuni dei monumenti. Concorde per tutti è invece il grido di allarme circa l'insufficienza gravissima, dei finanziamenti pubblici; e tale da indurre a chiedersi se ai pur generosi propositi di intervento in favore della disastrata Bagdad (alla cui ricostruzione andrà, tra l'altro, metà del ricavato del prossimo concerto di Paul McCartney, previsto negli spazi del Colosseo e dei Fori, e dunque non senza rischio per l'integrità dei monumenti) non andrebbe almeno affiancata una maggiore sensibilità in favore di un patrimonio culturale che nulla ha da invidiare a quello iracheno e che, particolare non trascurabile, porta, grazie al turismo, entrate molto cospicue nelle casse dello Stato. Un monaco medievale, forse più di noi sensibile al fascino di rovine su cui i secoli faticavano a trionfare, ebbe a dire che la grandezza degli antichi si misurava dal fatto che non solo non era possibile ricostruire i loro edifici; ma non si era in grado neppure di rimettere in piedi i ruderi, una volta che questi fossero crollati. Forse ciò non è più del tutto vero per noi; ma, certo, costa assai meno preservare che ricostruire integralmente. Per tornare all'analogia da cui siamo partiti dovremmo forse seguire l'esempio del pur vituperato Nerone; il quale non solo non incendiò Roma ma ne ebbe a cuore le sorti al punto di volerne ridurre, con criteri urbanistici avveduti, la vulnerabilità al fuoco. Ordinario di Storia romana e titolare di Storia militare romana, Università di Bologna
Il cuore di Roma merita di più
Un incendio di origine imprecisata si è verificato a Roma, nell'angolo sudoccidentale del Palatino, distruggendo attrezzi e baracche delle ditte che lavorano per la Soprintendenza archeologica. L'incendio ha danneggiato materiali e reperti provenienti dagli scavi della Domus Tiberiana. La scena sembra simile a quella di un incendio di età neroniana, ma il parallelo non regge a causa della diversa natura dei materiali edilizi e della diversa efficienza dei mezzi. Il soprintendente archeologo Adriano La Regina ha cercato di sdrammatizzare l'episodio, riconducendolo a un atto di vandalismo di un singolo.
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