«É stata una sfida. Una vera mission impossible. Come fu a suo tempo quella per il Cristo di Cimabue e come sarà per l'Ultima cena del Vasari. Ma il risultato è qui, davanti agli occhi di tutti». Marco Ciatti, direttore del laboratorio restauri dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, ha definito così il recupero del Polittico dell'Intercessione di Gentile da Fabriano, che da domani sarà in mostra al piano terra di Palazzo Medici Riccardi, a Firenze. É uno straordinario dipinto che, realizzato nel primo quarto del XV secolo, ha alle spalle almeno 200 anni di «storia catastrofica», come l'ha chiamata il soprintendente per i beni artistici Bruno Santi, a causa di una serie di episodi sfortunati. Per la prima volta è citato in un inventario del 1862: si sa che si trovava nella sagrestia della chiesa di San Niccolò Oltrarno (dove vi tornerà alla fine di luglio). Nel 1897 rimase vittima di un incendio: dopo la perizia per il restauro, furono previsti dei fondi che inspiegabilmente sparirono. Nel 1940 si ripresentò l'occasione per restaurarlo, ma scoppiò la guerra. Nel 1965 ci fu un nuovo tentativo, ma l'alluvione concentrò l'attenzione su altre opere vittime del fango. Quindi nel 1983 finalmente prese il via un intervento di restauro che - come è stato da più parti sottolineato ieri in sede di presentazione - fortunatamente si fermò in tempo perché si dimostrò troppo invasivo e rischiava di cancellare per sempre colori e particolari «protetti» dalla secolare sporcizia. Infine nel 1995 prese il via un lungo periodo di indagini diagnostiche per stabilire quali fossero i metodi e i materiali da adottare per il delicatissimo restauro; si trattò di un'operazione lenta, meticolosa, durata fino al 2003 quando iniziò il vero e proprio recupero del capolavoro. Oggi il Polittico dell'Intercessione mostra particolari realmente inattesi: i suoi cinque scomparti (222 x 97 cm) che raffigurano san Ludovico da Tolosa, la Resurrezione di Lazzaro, i Santi Cosma, Damiano e Giuliano, San Bernardo da Chiaravalle (che tiene al guinzaglio un diavoletto) e, al centro, la scena dell'Intercessione, Dio Padre, il Cristo e la Vergine, in questo caso corredentrice, concetto caro ai Francescani del medioevo- erano coperti da una spessa coltre di materiali depositati che ne impedivano una corretta lettura. Solo i risultati ottenuti con le indagini diagnostiche all'ultravoletto hanno spinto i tecnici dell'Opificio ad accettare la sfida del restauro. Che sarebbe stata impossibile senza l'intervento di uno sponsor - la Indesit Company - che ha sborsato 90mila euro. Fino al 18 aprile il capolavoro dell'artista marchigiano resterà visibile nella sede della Provincia di Firenze che ha curato l'allestimento della mostra (costata ben 70mila euro!) ingaggiando l'ennesima sfida della sua esistenza, perché metter su un'esposizione di una sola opera - come ha detto la soprintendente dell'Opificio, Cristina Acidini, è una scommessa. Il tutto accompagnato da un ricco e dettagliato catalogo che reca i contributi, tra gli altri, di Cecilia Frosinini (che ha condiviso con Marco Ciatti la direzione del restauro «da manuale» e guida il visitatore alla scoperta dei tanti particolari emersi da questa ripulitura), di don Giampietro Gamussi (il parroco di San Niccolò che ieri non ha saputo trattenere le lacrime per l'emozione) e dei restauratori che, insieme ai loro collaboratori, materialmente hanno dato nuova vita al capolavoro: Roberto Bellucci e Ciro Castelli.