Le scrivo a proposito dell'accordo raggiunto da! governo italiano con il Metropolitan Museum di New York per la restituzione del vaso di Eufronio. Se ben ricordo, nel 1980 lei era direttore generale delle Relazioni culturali del ministero degli Esteri e proprio lei promosse un convegno in casa Metropolitan per affrontare tra l'altro quel problema. Quindi comprenderà la mia gioia alla notizia che il famosissimo vaso, noto anche come cratere di Eufronio, rientra in Italia. Vedo che i meriti vanno a tutti, ma di lei non si dice niente. Quindi, la prego, ci dica come stanno e come andarono le cose. Onofrio Sanicola Caro Sanicola, cercherò di riassumere quella parte della questione di cui dovetti occuparmi personalmente. Il vaso fu rubato probabilmente nel 1971 e venduto al Metropolitan, negli anni seguenti, da un mediatore, Robert Hecht jr, oggi citato frequentemente in un'altra vicenda a cui è interessato il museo Paul Getty di Los Angeles. La storia, per quanto mi concerne, cominciò alla fine degli anni Settanta quando venne a trovarmi Massimo Pallottino, il maggiore etruscologo italiano. Pillottino sapeva che gli etruschi erano grandi acquirenti di ceramica greca e che altre opere di Eufronio, forse il maggiore pittore di vasi della Grecia antica, erano state trovate negli scavi dell'Italia centrale. Sulla provenienza del cratere esposto al Metropolitan non aveva dubbi ed era indignato dal comportamento degli americani. Quando cominciammo a discutere delle iniziative che il ministero degli Esteri avrebbe potuto prendere per il recupero dell'opera, mi resi conto che avevamo un handicap e una carta importante. L'handicap era l'inerzia delle indagini promosse dalla magistratura sul trafugamento del vaso, la carta era la ricchezza dei nostri musei. Non potevamo, in quel momento, trascinare il Metropolitan in tribunale, ma potevamo fargli capire che non avremmo prestato opere alle sue esposizioni se non avesse acconsentito a chiarire la faccenda del cratere. Ottenni un primo successo quando persuasi il direttore del Metropolitan, Philippe de Montebcllo, a organizzare nel suo museo un convegno sul patrimonio culturale e ad accettare che l'incontro servisse a discutere del vaso di Eufronio. Arrivò a New York, in quella occasione, il fiore degli studi archeologici italiani: Pallottino, Adriano La Regina, Giorgio Gullini, Paolo Enrico Arias, Licia Borrelli Vlad e, in rappresentanza degli istituti stranieri a Roma, George Vallet. Fummo portati a vedere il «corpo del reato» e credo che non dimenticherò mai il tono brusco e severo con cui Pallottino disse agli americani ciò che pensava dell'intera faccenda. Allorché incontrai il presidente del Consiglio di amministrazione del Museo (era Douglas Dillon, un banchiere divenuto segretario del Tesoro all'epoca dell'amministrazione Kennedy), capii che gli americani erano molto imbarazzati. Conoscevano la reputazione del mediatore e temevano di non poter provare la legittimità dell'acquisto. Occorreva battere il ferro finché era caldo e decidemmo di organizzare un secondo convegno presso l'Accademia di Brera. Durante l'incontro di Milano proposi a Montebello una specie di condominio. Il Metropolitan avrebbe avuto il cratere in prestito, ma lo avrebbe rimandato in Italia per una serie di esposizioni. Il direttore del museo mi disse che ne avrebbe parlato a New York con i suoi amministratori e io ebbi il sentimento di essere in vista della soluzione. Aspettavo la reazione degli americani quando appresi, improvvisamente, che il nostro ministero dei Beni culturali aveva concluso un accordo di collaborazione con il Metropolitan dietro le nostre spalle. Era una intesa generica, ma tale da convincere il museo che le autorità italiane non avrebbero mai adottato, in materia di prestiti, una linea di coerente fermezza. Da quel momento nessuno avrebbe più dato retta alle nostre proteste. Perdetti il vaso, caro Sanicola, ma imparai una lezione. Capii che l'Italia perde le sue battaglie internazionali, anzitutto, sul fronte interno e che le cause della disfatta sono quasi sempre le gelosie domestiche, le rivalità fra i ministeri, il cattivo coordinamento delle amministrazioni. Se la battaglia per il vaso è stata infine vinta, vuol dire che questa volta, per fortuna, abbiamo fatto gioco di squadra.