I musei americani hanno sempre finto sorpresa nell'apprendere che qualche oggetto da loro acquistato potesse essere stato esportato illegalmente. Per anni i musei hanno permesso che oggetti d'arte antica, trafugati attraverso città come Ginevra e Londra, entrassero a far parte delle loro collezioni. L'onere di provare che quegli oggetti erano stati venduti illegalmente era a carico degli italiani, o dei greci, o dei turchi o di chiunque altro. Ma acquistare opere d'arte trafugate non fa che alimentare lo stereotipo, particolarmente distruttivo, degli Stati Uniti grandi e cattivi che sfruttano gli altri Paesi». A scriverlo non è stata una rivista di settore italiana. La critica agli «Stati Uniti brutti e cattivi» è venuta direttamente dal New York Times, alleato volontario del nostro ministero dei Beni culturali nell'operazione "Metropolitan". Perché in questi anni, nascosti sotto montagne di polemiche, c'è qualcuno che ha lavorato per riportare in Italia parte del patrimonio artistico che i musei stranieri ci hanno sotratto. La mente corre al Louvre, ma oltreoceano non sono stati da meno. «Gli americani hanno alcune opere italiane di straordinario valore», ci racconta il ministro Buttiglione, «ora stiamo aspettando indietro il vaso di Eufronio». La trattativa con il blasonatissimo direttore del Metropolitan Museum di New York Philippe De Montebello è andata in porto: «Ha accettato di restituirci il vaso e, probabilmente, avremo indietro tutto quello che ci spetta». In cambio di cosa? «Siamo riusciti a mettere a punto una strategia che servirà da modello per i rapporti con tutti gli altri musei stranieri: il prestito espositivo a lungo termine». Si tratta di un accordo in base al quale l'Italia cede in comodato le proprie opere ad uno Stato straniero, che si impegna a restituirle dopo un determinato periodo di tempo. «Gli americani, ad esempio, mostrano molto interesse per le opere dell'antichità classica», spiega Buttiglione, «noi abbiamo grande abbondanza di questo materiale. Un accordo è il modo migliore per fermare il traffico illegale e avvantaggiare tutti. Oltre ad essere un'ottima strada per promuovere La nostra arte all'estero. È come guardare il trailer di un film al cinema: ne guardo uno spezzone e, se mi piace, vado a vederlo tutto». Ma l'operazione non è stata né breve, né semplice: «Infatti. Gran parte.del merito va ai Carabinieri, che con una brillante operazione sono riusciti a sequestrare il magazzino (contenente 5mila opere) di un "importante" contrabbandiere. Un furfante così coscienzioso che corredava i pezzi con documentazioni e fotografie. Siamo riusciti a risalire agli acquirenti americani grazie alla corrispondenza che teneva regolarmente custodita». Prove schiaccianti, quindi. «Anche imbarazzanti. Non si può non rimproverare agli americani l'incuria e la mancanza di prudenza nel gestire i propri affari. Ma il loro sistema giudiziario non ci ha permesso di presentarle tutte, per quanto inoppugnabili, al processo». Ecco perché la faccenda si è trascinata per anni. «Mentre la discussione andava avanti, oltre alla nostra capacità di negoziare, un ruolo importante a nostro favore lo ha giocato la stampa americana». L'articolo del New York Times citato in apertura non è stato un caso isolato: «Ci hanno sostenuti fin dall'inizio. Hanno capito che le nostre non erano pretese irragionevoli. L'opera ha una connessione inscuidibile col proprio territorio. Per non parlare della professionalità necessaria per effettuare gli scavi. Quelli clandestini rischiano di comprometterne per sempre il valore». Dopo il Metropolitan, l'attenzione si sposta sull'altra costa, al Paul Getty Museum di Los Angeles. Dove sono custoditi i casi «particolarmente complessi» del Lisippo di Fano e della Venere Morgantina. Opere che è più difficile ottenere indietro in quanto trafugate troppo tempo fa: rispettivamente a metà degli anni Sessanta e Settanta. «Anche in questo caso abbiamo iniziato le trattative. La curatrice Marion True si è dimessa, poi è toccato al presidente. Vedremo». Marion True, in realtà, è stata costretta a dimettersi dopo l'accusa (e il processo a suo carico) di esportazione illecita di capolavori dall'Italia: avrebbe comprato una casa nell'isola greca di Paros con il denaro di Christo Michailidis, abituale fornitore di reperti trafugati. Sul Getty, il Los Angeles Times ha colpito duro: la direzione del museo - ha scritto - sa che circa metà dei reperti acquistati in Italia sono di provenienza illecita. Tra questi, oltre alla Venere Morgantina, anche un Apollo in marmo. «Abbiamo gettato le fondamenta», conclude Buttiglione, «continuare sarà più semplice».