SASSARI. Un frate pignolo, un magistrato curioso e un gruppo affiatato di carabinieri. Sono i buoni in questa storia dell'arte perduta. I cattivi, chissà, forse resteranno senza volto al di là di come finirà la vicenda che vede una soprintendente, quattro restauratori e due collaudatori accusati di avere spogliato (o contribuito a spogliare) 14 chiese sarde dei loro tesori. È probabile che non si saprà mai veramente quante opere piccole, grandi, di pregio e minor valore, ma tutte parte della storia sarda sono sparite nella nebulosa del restauro. Business, negli anni Novanta. È andata così. Nel 2003 il frate priore del convento dei Martiri, Fonni, si presenta dai carabinieri per segnalare che da troppo tempo mancava all'appello una scultura lignea del Cristo Risorto (tredicesimo secolo) e un tabernacolo. Erano stati prelevati dagli esperti della Soprintendenza per essere restaurati ma, insomma, sono passati undici anni e il lavoro tira un po' troppo per le lunghe. Affare per i carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio artistico. I quali si presentano in Procura a Sassari, città sede della soprintendenza, dal magistrato Francesco Gigliotti che decide di vederci chiaro: «Date uno sguardo in giro incarica il magistrato , magari manca altro». Dopo un mese i carabinieri si ripresentano in Procura con l'aria di chi ha fatto una scoperta sensazionale. Dalle chiese è sparito di tutto. Per esempio, le corone di San Giuseppe e di Maria nella cattedrale di Alghero; un dipinto raffigurante San Bartolomeo, sette altari lignei a Codrongianos. E poi candelabri, una statua di Sant'Anna a Sorso. L'elenco proseguiva con segnalazioni a Ottana, Borutta, San Giacomo a Sassari. Dove sono finiti tutti quegli oggetti? Ufficialmente in fase di restauro. Il magistrato decide di dare un'occhiata agli archivi della Soprintendenza e scopre che mancano i verbali di presa in consegna degli oggetti, le gare d'appalto, perfino le fotografie del «prima e dopo la cura» restauro. All'era della Dander le cose andavano così, sulla fiducia. Però c'è l'indirizzo dei restauratori di fiducia della soprintendente che, manco a dirlo, dirigeva quasi sempre i lavori. E alla fine, che sbadata, certificava la loro regolare esecuzione davanti a un altare vuoto. Al principio sembrava impossibile risalire alle opere d'arte trafugate: troppi anni passati, qualche parroco era andato via, i sagrestani non ci sono più. Sostituiti da una pulsantiera. A questo punto i carabinieri fanno la cosa giusta. La memoria funziona, è vero, ma vuoi mettere le fotografie dei matrimoni davanti all'altare? Quelle sì che mantengono inalterato il ricordo di quadri, altari, pale e oggetti sacri «pre e dopo intervento Soprintendenza». All'inizio del 2004 centinaia di spose sarde hanno avuto la soddisfazione di mostrare a qualcuno davvero interessato le foto del proprio matrimonio. Carabinieri molto attenti ai particolari. Quelle foto si sono rivelate preziose quando i militari sono partiti con un decreto di sequestro alla volta dei laboratori di restauro di Roma, Pollenza e Aquila. Sono tornati nell'isola con un tir carico di arte ritrovata.
Sassari. Quattordici chiese spogliate in parte dei loro tesori.L'ex sovrintendente Dander imputati con altri sei tecnici
Un gruppo di carabinieri, un magistrato e un frate pignolo si uniscono per indagare sull'arte perduta in Sardegna. La soprintendente e quattro restauratori sono accusati di aver spogliato 14 chiese sarde dei loro tesori. I carabinieri scoprono che mancano i verbali di presa in consegna degli oggetti, le gare d'appalto e le fotografie del prima e dopo il restauro. La memoria funziona, ma le foto dei matrimoni possono mantenere inalterato il ricordo di oggetti sacri. I carabinieri ritrovano l'arte in laboratori di restauro a Roma, Pollenza e Aquila. I restauratori vengono sequestrati e l'arte viene restituita alle chiese sarde.
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