Ciminale, geologo e fisico dell'università di Bari, spiega le sofisticate tecniche di prevenzione SOTTO il grano del Tavoliere si nascondono oltre 200 siti archeologici e un intero villaggio neolitico. Musei che si possono vedere con una semplice macchina fotografica digitale e un aereo, ma solo per tre settimane l'anno, da metà giugno a metà luglio, quando le spighe sono mature e i chicchi color dell'oro. Rarità scoperte da un insolito gruppo di Indiana Jones: un geo-fisico, un archeologo e un ex pilota dell'aviazione tedesca, armati di geo radar di un Cessna a tre posti. «Nella valle del torrente Celone abbiamo individuato, in quattro anni di lavoro, oltre 200 siti, tra Foggia, Lucera e Troia e sono 85, ma arriveranno presto a 100, gli ettari di terreno controllati grazie ai finanziamenti del Miur» spiega Marcello Ciminale, docente del dipartimento di Geologia e geofisica dell'Università di Bari. Da anni Ciminale lavora con Giuliano Volpe, archeologo dell'Università di Foggia, un altro collega dell'Università di Monaco di Baviera, Helmut Becker, e un pilota, appassionato di archeologia, dell'aviazione tedesca, Otto Braach. Professori universitari che vanno a caccia di siti archeologici nascosti e che ora collaborano anche con i carabinieri: «Cerchiamo i siti con queste tecniche non invasive e veloci, per arrivare prima dei tombaroli». L'equipe è formata da nove persone, divise in tre squadre. «Abbiamo a disposizione spiega Ciminale una finestra temporale di sole quattro settimane, da giugno fino al 20 luglio. È questo il periodo in cui il grano è maturo al punto giusto e fotografando il Tavoliere dall'alto si riescono a scorgere gli insediamenti archeologici anche ad occhio nudo». Dipende tutto dal colore. «Lì dove c'è poco terreno perché è nascosta una vecchia villa romana, un muro o una fattoria, il grano ( è più pallido e rinsecchito e sulle foto si vedono chiaramente delle ombre». Praticamente la silhouette di ville, città, strade, tombe. Ma il valore aggiunto dell'indagine è la combinazione di più sistemi: il rilievo magneto-metrico, l'aerofotografia, e il georadar. «Lavorando sulle foto aeree spiega il fisico dell'Ateneo barese ricaviamo delle mappe con i magnetometri, strumenti che misurano l'intensità del capo magnetico terreste e tramite l'elaborazione dei dati ci permettono di disegnare i siti archeologici». Si tratta di tecniche non invasive di superficie che consentono di ricevere informazioni sul sottosuolo senza scavare. «Se il target è di tipo archeologico si possono raccogliere dati sulla presenza di testimonianze del passato con obiettivi di grandissimo dettaglio continua il professore Si possono pilotare operazioni di scavo con un margine di errore di alcune decine di centimetri e si può naturalmente effettuare una mappatura dei siti, infatti ogni zona da noi perlustrata prima viene divisa in un quadrato di 4 ettari e poi scomposta in piccoli quadrati con il lato di 12,5 centi-metri». Un lavoro lento ma importantissimo per salvare materiale archeologico che riposa sotto i campi e rischia di essere trafugato dai tombaroli o rovinato dal vomere degli aratri. «Abbiamo censito precisa Ciminale 200 siti, ma ne abbiamo indagati in dettaglio ancora pochi, una decina appena. Ora speriamo che i fondi continuino ad arrivare altrimenti il lavoro di anni verrà messo in stand by». Gli Indiana Jones delle città fantasma hanno già documentato e catalogato scoperte, che Marcello Ciminale definisce «semplici cose» - strade, fornaci, fossati di epoca romana - ma anche «rarità», come tracciati di viti neolitiche, un campo di ulivi di seimila anni fa, e una villa romana, con pavimenti probabilmente intatti, mosaici e forse una piccola stazione termale in località Monte d'Oro nelle campagne foggiane, nel grande bacino archeologico Dauno dove sorgeva l'antica città di Arpi, distrutta dai barbari nel VI secolo dopo Cristo. «Arpi, era tra le più grandi città dell'Italia antica spiega il tenente Michele Miulli, comandante del Nucleo tutela patrimonio artistico di Bari sorgeva a nord-est dell'attuale capoluogo ed oggi è una delle aree archeologiche più ricche ma meno esplorate d'Italia». (cri.z.)