L'identità nazionale degli italiani si basa sulla consapevolezza di essere custodi di un patrimonio culturale unitario che non ha eguali nel mondo. Forse l'articolo più originale della nostra Costituzione repubblicana è proprio quell'articolo 9 che, infatti, trova poche analogie nelle Costituzioni di tutto il mondo». Chi l'ha detto? Il custode della nostra Carta, il presidente della Repubblica, ieri mattina, incontrando il drappello degli italiani che, per il 2003, il Quirinale ha riconosciuto «benemeriti» nel campo dell'arte e della cultura. L'articolo 9, Ciampi poi l'ha citato testualmente, è quello che recita: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico ed artistico della nazione». E Ciampi l'ha connesso, poi, a una sentenza della Corte Costituzionale del 1986 che indicava come primario il «valore estetico-artistico su ogni altro, economici compresi. Fossimo in tempi normali chissà se il Quirinale avrebbe posto tanta passione nell'esegesi di questo principio costituzionale. Ma non siamo in tempi normali: siamo, quanto a patrimonio storico-artistico, in tempi di Patrimonio s.p.a.. Salvatore Settis, storico dell'arte e dell'archeologia, autore del più tempestivo, documentato e acceso pamphlet contro la politica tremontiana, Italia S,p.A. L'assalto al patrimonio culturale (critico anche verso le avvisaglie economiciste che addebita ai ministri dei Beni Culturali da Ronchey in giù) saluta con gratitudine il discorso di Ciampi, Professor Settis, perché considera importanti le parole del Qui-rinale? Perché è un richiamo forte, vista l'autorità della carica istituzionale, alla nostra Costituzione. Ed è molto importante che Ciampi abbia osservato come le due parti, di quell'articolo 9, siano strettamente connesse tra loro. C'è la tendenza a considerare la tutela del nostro patrimonio come un fatto puramente passivo. Invece non si tratta di fare i cani da guardia, si tratta di tutelare perché i cittadini possano fruire, di questi beni. Sottolinearlo tradisce un obiettivo polemico? E, se si, con chi? Posso dire ciò che penso io. Penso che una concezione debole, fragile, della tutela, sia molto diffusa. Per pigrizia. Questa è una interpretazione di ciò che dice la nostra Costituzione rappresentata a tutti i livelli. È una concezione, oltreché debole, poco interessante. Mentre ciò che il Presidente ha riaffermato con forza è che la tutela è incardinata nella nostra stessa coscienza civica. E, se la pensi così, certo non consideri il nostro patrimonio come strumento per fare cassa. Sottotraccia delle parole del Presidente, quindi, si può leggere l'allusione alle dismissioni già fatte e a quelle che si profilano. Se pensiamo che i nostri tesori d'arte siano parte della nostra storia e della nostra stessa identità, torniamo alla necessità di ristabilirne l'inalienabilità. Passato in fase operativa, dopo il varo delle leggi Patrimonio s.p.a. e Infrastrutture s.p.a., il ministero Tremonti a suo parere in questo senso ha già fatto danni seri? Con il decreto del 27 dicembre e con la cosiddetta «Scip» si sono venduti un certo numero di edifici con un meccanismo che di fatto ha annullato la separazione tra patrimonio storico-artistico e non. Non dico che lo Stato non debba vendere suoi beni, si è sempre fatto, ma una cosa è vendere un condominio degli anni Cinquanta e una cosa è vendere, come è stato fatto, edifici storici dell'Ente Tabacchi, soprassedendo sul vincolo. Non credo che ci sia un'intenzione esplicita di vendere proprio i beni vincolati, credo che l'abbiano fatto «senza accorgersene». Il che è ancora più grave. Mentre il ministro dei Beni culturali riafferma l'inalienabilità del patrimonio, quello dell'Economia svende. Io invito alla coerenza. Da gennaio lei, il più acceso nemico della politica di Tremonti, siede, chiamatovi dal suo collega Urbani, nel neonato Consiglio scientifico del ministero di via del Collegio Romano. Con quali compiti e quali possibilità reali di agire? Il mio compito principale è seguire, con altri, l'elaborazione del nuovo codice dei Beni Culturali, che sostituirà il Testo Unico messo a punto dal precedente governo. Il governo ha la delega a farlo entro il 2003. È una legge delega, quindi dovrà andare al vaglio delle commissioni parlamentari. Per ciò che ho letto, e per quando l'ho letto, il mio giudizio è positivo. Sull'inalienabilità il testo è ben fatto. In realtà è molto simile a quello che c'era prima, e il mio giudizio sul precedente era positivo, Poi se viene stravolto, se sul finale viene apposta una norma transitoria che contraddice il resto Gran parte dei tesori del Bel Paese non sono vincolati perché, fino all'apparizione sulla scena di Tremonti, si dava per scontato che non potesse passare per l'anticamera del cervello di nessuno, l'idea di venderli. Come ovvia a questo il nuovo Codice? Qui il Codice non può entrare. Bisogna conoscere minutamente il patrimonio e vincolarlo. Questo non può essere fatto dal Demanio: non hanno le competenze. Deve essere fatto dalle sovrintendenze, sui criteri stabiliti dall'Istituto centrale per il catalogo, che sono criteri sofisticati, intelligenti, elaborati. Ma che, in quanto tali, richiedono troppo tempo. Allora ci vogliono criteri più graduali che, di fronte a un palazzo storico, prima di catalogarne ogni affresco e ogni stanza, permettano di dire anzitutto:-«Sì, ha valore culturale». Per farlo, lo Stato assuma con contratto a termine qualcuna delle decine di migliaia di laureati in Beni Culturali disoccupati, Professore, a lei sembra che questo governo vada da questa parte? Anche Urbani fa parte di questo governo. Ripeto: ci sono elementi di incoerenza, di questo governo, che andrebbero chiariti. Se questo Codice arriverà in porto, in una forma buona, sarà più impegnativo. Hanno violato le leggi precedenti perché erano scritte da altri? Questo l'avranno scritto loro. Perciò è importante arrivare a una redazione finale, e che essa sia soddisfacente.