Le accuse di Stefano Zecchi, assessore alla Cultura, hanno sollevato un vespaio tra gli operatori culturali. Salvatore Carrubba tirato in ballo replica: «La mia politica sulle infrastrutture è in linea con quella delle grandi città europee. Il pubblico non deve entrare nei programmi. È una perdita di libertà». Poi lancia la frecciata: «Certo si poteva fare di più, ma forse ci sarebbe voluto un sindaco differente, uno come Veltroni». Escobar: «Da Zecchi giudizio ingiusto». «Ma Zecchi ha tirato fuori un problema vero dice Corbani , per anni si è pensato che la Scala fosse l'unica eccellenza di Milano». Dibattito aperto dopo le accuse di individualismo a teatri e fondazioni. Moni Ovadia: il Comune è assente «Cultura senza regia». «No, c'è collaborazione» Escobar e Corbani: ingiusti i giudizi di Zecchi L'assessore: il modello da seguire? Gli Arcimboldi «L'assessore Zecchi ha talmente ragione sul fatto che sia mancata una regia e una strategia culturale da parte delle istituzioni che noi oggi chiudiamo». Testimonianza di un'operatore privato, Luigi Pedrazzi, direttore dei Musei di Porta Romana, uno spazio espositivo di 1200 metri quadrati a ridosso delle Mura spagnole, che ha ospitato mostre importanti come la Fornarina o i grandi illustratori italiani ed è costretto a chiudere «perché nessuno ha pensato strategicamente che poteva diventare un'articolazione del polo museale milanese». D'ora in poi ai Musei di Porta Romana si farà altro. Magari, un bel ristorante. Esplode la questione «cultura» a Milano. Le parole di Stefano Zecchi al "Corriere" hanno lasciato il segno: «A Milano manca una regia culturale ha detto l'assessore . I teatri e le fondazioni pensano solo al loro orticello. Gli intellettuali non fanno altro che lamentarsi». Zecchi chiede più «valorizzazione, coordinamento e comunicazione». Anche se intravede una via d'uscita dal tunnel: «II modello da seguire, un piccolo inizio che però ha dato risultati straordinari è stata la riapertura degli Arcimboldi, con la collaborazione delle nostre cinque fondazioni: Scala, Piccolo, Verdi, Pomeriggi musicali e Franco Parenti». «Ma quali orticelli replica Sergio Escobar, direttore del Piccolo . La storia del nostro teatro è storia di relazioni. Il suo è un giudizio ingiusto, lo definirei masochismo puro. Gli ricordo che tre mesi fa il Piccolo era a Palazzo Marino per festeggiare il salvataggio degli Arcimboldi». Poi una battuta: «E almeno ci lasci il diritto al mugugno. Che spetta a noi e non alla politica. Lasci dire a noi che manca una regia politica. Non vorrei ricordargli che lui è l'assessore. Mi sembra che la politica si stia avvitando su se stessa». Rivendica l'apertura e la collaborazione anche la Fondazione Verdi con il suo presidente Luigi Corbani, anche se riconosce molta verità nelle parole di Zecchi, come gli riconosce di aver messo attorno a un tavolo, per la prima volta nella storia della cultura milanese, le cinque fondazioni cittadine. «Devo onestamente riconoscere a Zecchi di aver chiamato a raccolta le istituzioni milanesi. D'altra parte, se si coltiva l'idea, come è stato fatto nel passato, che esiste una sola eccellenza e questa si chiama Scala è chiaro che si arriva alla situazione descritta da Zecchi». Per «gli orticelli», la risposta è nei fatti: «II 20, cosa mai successa a Milano, ci sarà un convegno organizzato da noi di tutte le associazioni musicali italiane sul tema: "II futuro senza musica". Ci saranno Buttiglione, Fassino, Rutelli, Bondi, Petruccioli, Tabacci. Abbiamo invitato anche i candidati sinda-ci». Va all'attacco invece, Daniela Benelli, assessore alla Cultura in Provincia. «La prima regia che manca è proprio quella del Comune. Basta vedere quello che è successo con la Scala e con la Milanesiana. Nella prima non ci vogliono far entrare, dalla seconda si sono tirati fuori. C'è un'ostilità latente che non gioca a favore della città. Ma anche la Regione è assente: pensa solo alle feste celtiche e ai dialetti». «Ma se non lo fa il Comune questo ruolo di coordinamento chi lo deve fare? si chiede Andrée Ruth Sham-mah, anima del Franco Parenti . Il vero ruolo di Palazzo Marino è proprio quello di valorizzare, di far vedere, di conoscere. Ma su un punto sono d'accordo con Zecchi: Milano produce tantissime cose, ma nessuno lo sa. Allora bisognerebbe domandarsi perché Milano non ha mai usato la cultura come fiore all'occhiello della città. Ha sempre preferito altri aspetti di eccellenza a partire dall'economia. Forse sarebbe ora di cominciare a valorizzare questa nostra grande ricchezza». Anche Moni Ovadia è stato tirato in ballo da Zecchi. Figura tra «gli intellettuali che si lamentano e non hanno fatto come la Merini che si è rimboccata le maniche e lavora con la casa della Poesia». «Su alcune cose Zecchi ha ragione attacca l'attore . Quando parla di coloro che coltivano solo il proprio orticello ha ragione. Ma c'è una contraddizione di fondo. Lui sta in una coalizione di forze politiche dove la cultura conta meno del due di picche a briscola. Dei partiti che hanno tagliato il 25 per cento ai teatri. Allora, sarebbe giusto che cominciasse a criticare dal manico. Moni Ovadia da parte sua non ha santi in paradiso, non ha tessere di partito, non ha mezzi per farsi sentire. E non ha neanche un teatro. Ha solo la stima dei suoi spettatori».
Cultura milanese senza regia. E' scontro
Stefano Zecchi, assessore alla Cultura di Milano, ha lanciato un attacco contro gli operatori culturali, accusandoli di pensare solo al proprio orticello e di non collaborare con le istituzioni. La sua critica ha sollevato un dibattito tra gli intellettuali e gli operatori culturali, che hanno risposto con accuse di individualismo e di non aver fatto abbastanza per valorizzare la cultura milanese. Alcuni, come Luigi Corbani e Luigi Pedrazzi, hanno difeso Zecchi, affermando che la sua politica sulle infrastrutture è in linea con quella delle grandi città europee.
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