Paradossalmente, la massiccia mobilitazione intellettuale prò Iervolino o pro Rossi-Doria non ha per il momento proposto alcunché sulla produzione e distribuzione culturale nella Napoli dei prossimi anni. Quasi superfluo sottolineare che si tratta di un settore strategico: soprattutto a sinistra. Nella sua stagione da sindaco, Antonio Bassolino ci ha costruito sopra una fortuna politica, un gruzzolo da adoperare nei momenti di magra. Le energie liberatesi per il definitivo abbandono di tutto ciò che risultasse legato al capitalismo vecchio stile andavano canalizzate, per trasformare Napoli in una Disneyland dell'immateriale, un parco per divertimenti colti, nel quale creare e scambiare letteratura, arte, musica e spettacolo. Attrattori economici per un turismo nazionale e internazionale più sofisticato: incantato dalla location, certo; ma poco incline a cibarsi di sole, mare e pizza senza il sostanzioso companatico costituito da librerie, musei, teatri e sale da concerto. Un giacimento archeologico, sepolto da secoli d'incuria, di pigra equiparazione tra le nostre plurisecolari vicende e le storture per le quali pure andiamo famosi nel mondo. Dissotterrato e genialmente utilizzato come fonte di reddito e di occupazione; possibile volano, inoltre, per lo sviluppo civico, perl'orgoglio di sentirsi beneficiari e tramiti di una storia complessa che non si riassume nel malaffare e nella faciloneria. Il lascito diun'ereditàche si amministra anche stando insieme all'aperto, per estasiarsi davanti alle installazioni, magari cervellotiche, di tanta arte contemporanea passata per piazza Plebiscito; ovvero socializzando in qualche megastore, luoghi dove libri e persone vivono la gioia della consultazione condivisa. Alcuni buontemponi con l'uzzolo comparativo, provvisti di infarinatura sociologica, hanno sfottuto la convinzione che si poteva diventare postmoderni, senza passare per la modernità; oppure hanno insinuato che Bassolino fosse afflitto da neofranceschiellismo, risultando incapace di controllare la plebe partenopea senza ricorrere alle tre effe, sempre le stesse: feste, farina e forca. Osservatori più seri, che mi piace chiamare infrastrutturisti, denunciano giustamente che le fondamenta di un parco a tema non possono poggiare sul tufo. Che una capitale della cultura e per la cultura ha bisogno di solidificare il proprio sottosuolo, per renderlo capace di sopportare un carico maggiore: ideale, ma anche fisico. Da questo punto divista, Napoli è una metropoli davvero sotterranea e friabile, nella quale non si vede luce di ordine e non si adopera cemento imprenditoriale. Pullula di librerie e di case editrici, eppure i suoi lettori consumano, in media, meno di un volume all'anno: gli stessi che appesantiscono i cassetti delle proprie scrivanie con manoscritti da piazzare, quanto prima, a chi, dietro compenso, glieli stamperà. Rimanendo in tema: dopo i non brillanti risultati delle ultime edizioni del Premio Napoli e di Galassia Gutenberg, non riesce a organizzare una manifestazione che susciti interesse al di sopra del Garigliano. Non crea sbocchi, insomma, per la propria creatività, consentendole di parlare al resto del paese e del pianeta. Non mette in rete i giacimenti di competenze accumulatesi, che so, nell'Istituto italiano per gli studi filosofici, nelle sue università, nei suoi musei, nei suoi infiniti palcoscenici. Ne sono convinti i candidati a sindaco e i loro consiglieri? Sono convinti che la cultura, come tutti gli altri (parchi) giochi, è una faccenda serissima? O ritengono che essa ha fatto il suo tempo e altre sono - quali? - le scommesse decisive per il futuro di Napoli?
LA CULTURA DIMENTICATA
La città di Napoli è in crisi culturale, con una forte dipendenza dal capitalismo e una mancanza di investimenti nella cultura e nell'arte. Il precedente sindaco Antonio Bassolino aveva iniziato a costruire un parco culturale, ma non ha lasciato un'eredità solida. Oggi, la città è caratterizzata da una mancanza di solidità e di cemento imprenditoriale, con librerie e case editrici che non riescono a sostenere la propria attività. La città non riesce a organizzare manifestazioni culturali di interesse nazionale e internazionale, e non mette in rete le competenze accumulate nel settore.
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