I gioielli dei Savoia brillano di giallo ROMA - Forse, esattamente dopo 60 anni, torneranno a essere visibili; sono 15 gioielli, un totale di 2.900 brillanti e duemila perle (compresi quei fili famosi che usava portare al collo la Regina Margherita), racchiusi in un cofanetto a tre ripiani, di pelle nera e foderato in velluto azzurro, "sepolti"' da 12 lustri nel caveau della Banca d'Italia. Per essere più precisi, dal 5 giugno 1946: quando, per ordine del "re di maggio" Umberto II ormai in procinto di partire per l'esilio, il ministro della Real Casa Falcone Lucifero li consegnò al Governatore Luigi Einaudi, poco dopo (ironia della sorte) eletto primo Presidente della Repubblica. Secondo Lucifero, Einaudi disse: «Ma perché il re non se li porta via? E' tutta roba sua»; invece, Umberto li consegnò perché fossero messi a disposizione di «chi di diritto». Da allora, non si è mai deciso chi fosse questo "chi"; per cui sono sempre rimasti lì. Anzi, dal 1976, quando si diffusero voci (infondate) di manomissione del famoso cofanetto, pure sottoposti a un sequestro dalla Procura della Repubblica di Roma. Ora, il nuovo Governatore di Bankitalia Mario Draghi ha comunicato al deputato piemontese Raffaele Costa la fine «dell'indisponibilità, che non consentiva né l'esibizione, né l'avvio delle procedure per la riconsegna» di questi gioielli. Dissequestrati, questo è chiaro; però, non si capisce; «riconsegna» a chi? La Banca d'Italia, infatti, lo dice sempre il Governatore, è «mero custode del deposito chiuso», e quindi attende lumi sul destino del "tesoretto" dalla Presidenza del Consiglio. Comunque sia, appare meno remoto un progetto che accomuna il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, il Presidente della Regione, Enzo Ghigo, e tanti altri: esporre questi gioielli in una residenza piemontese dei Savoia; magari, alla Venaria Reale. Il "tesoretto" non ha immenso valore venale, ma possiede grande significato storico; nel 1946, l'allora presidente degli Orafi Davide Ventrella, lo stimò 900 milioni; in occasione dell'ultima verifica, 1976, Paolo Bulgari un paio di miliardi. Sono monili appartenuti a varie regine sabaude, che Vittorio Emanuele III aveva messo a disposizione per ripianare parte dei debiti della Grande Guerra; ma il Parlamento declinò l'offerta: e da allora, il "re Sciaboletta" decise che quei gioielli non si sarebbero più mescolati agli altri; e suo figlio, che fosse lo Stato a confermarne la proprietà privata, il che, tuttavia, non è mai avvenuto. «A Cascais, mio padre mi spiegò che appartenevano alla famiglia, e che erano stato restaurati anche con i fondi della Corona», spiegò un giorno Maria Gabriella, la figlia di Umberto II e Maria José che maggiormente si occupa della storia di casa, lamentando soprattutto che non fossero mai stati esposti. Al suo rientro in Italia, Vittorio Emanuele, suo fratello, chiarì che il cofanetto conteneva anche «la collana della Regina Margherita, 10 fili con 684 perle, e il diadema del gioielliere Musy, 541 diamanti, 292 carati, e 75 perle per 1.695 grani». Ma non era certo tutto ciò che la famiglia possedeva: prima dell'8 settembre, ad esempio, Vittorio Emanuele III aveva fatto trasferire a Pollenzo ben 363 casse, con 210 quintali di preziosi, depredati, pare, dai nazisti in fuga; che al Quirinale, invece, dovettero accontentarsi di tante bottiglie d'ottimo vino d'annata. I tedeschi non trovarono nemmeno i gioielli di cui si parla: mandati già prima in Bankitalia; poi tornati al Quirinale (nella cassaforte n.3); quindi, celati in un sotterraneo, che porta alla chiesa di Sant'Andrea del Quirinale. Ora i gioielli si possono esporre; ma dovrà essere il Governo a stabilire a chi appartengano. Intanto, Maria Gabriella ha pubblicato, con Stefano Papi e introduzione di Ludina Barzini, un libro, come si suol dire riccamente illustrato, dedicato appunto alle gioie di Casa Savoia: le foto di non pochi monili, magari al collo delle varie regine; mancano (quasi) soltanto quelle dei diademi da 60 anni sepolti (ma ormai non più per molto) nel caveau di via Nazionale.