La defiscalizzazione tra i temi affrontati al Premio Impresa e Cultura di Napoli. Si è conclusa una nuova edizione del Premio Impresa e Cultura, quest'anno a Napoli, nella splendida cornice del Teatro di Corte di Palazzo Reale. Una buona occasione per tornare a parlare di rapporto pubblico-privato. D'altra parte l'edizione di quest'anno conteneva due novità importanti: la consegna del Premio ha coinciso con l'apertura della Settimana della Cultura d'Impresa, promossa da Confindustria, a cui hanno aderito dodici associazioni territoriali degli imprenditori; la scelta di Napoli, dopo i molti anni di Venezia, per sottolineare un rinnovato interesse per gli sforzi che anche le imprese del mezzogiorno stanno compiendo nell'impegno a favore dei beni e delle attività culturali. Non a caso tra le imprese premiate figura un'azienda che opera nel lavoro interinale proprio nel mezzogiorno. Ma la celebrazione del Premio è stata una occasione proficua per riprendere un tema vecchio ma sempre attuale: la defiscalizzazione degli investimenti culturali. Con il contributo di esperienze di altri Paesi europei (soprattutto la Gran Bretagna) è stato possibile un confronto ed esprimere qualche giudizio sulle norme del nostro Paese. Non è stato difficile segnalare la lunga tradizione inglese in proposito e prendere atto che, anche da noi, si sta facendo lentamente qualche passo in avanti. Ad esempio l'articolo 38 della legge 3422000 prevede che. le erogazioni liberali, nel campo dell'arte, a favore di enti e istituzioni pubbliche nonché di fondazioni e associazioni legalmente riconosciute, oltre che di Stato, Regioni, Province e Comuni, possono essere dedotte dal reddito d'impresa. Recentemente il Ministro Urbani ha ampliato i campi d'intervento allo spettacolo. La legge, nella sostanza, ha stabilito un tetto alle erogazioni che, nel 2001, è stato di 139,5 milioni di euro. Nel caso si fosse superato tale tetto i beneficiari avrebbero dovuto restituire allo Stato il 37 delle somme ricevute. Questo complesso meccanismo ha scoraggiato molti enti sino a "rifiutare" le erogazioni per i delicati riflessi nella formazione dei bilanci. Il risultato è che nel 2001 sono stati raccolti solo 17 milioni di euro per iniziativa di 308 aziende. Ed è proprio questa negativa esperienza che ha indotto il Ministero per i beni e le attività culturali a concertare con i colleghi dell'Economia alcune importanti modifiche a partire dall'abolizione proprio del tetto. Durante il convegno si è proceduto ad una valutazione sullo stato dei rapporti tra pubblico e privato. Segnalando l'assoluta anomalia di un Paese nel quale il privato una volta è blandito, quando si fa sponsor e non chiede niente in cambio. Anzi in questi casi si sottolinea la sua lungimiranza sino ad attribuirgli sensibilità proprie delle imprese più avanzate d'Europa o degli Stati Uniti d'America. In altri casi è bistrattato, sino ad assumere il carattere di «soggetto di rapina», se si ipotizza un suo coinvolgimento nella gestione del patrimonio culturale. Schizofrenie di un Paese, o perlomeno di una parte di esso, che non ha digerito nessuna delle riforme, per quanto contraddittorie, dello Stato e della pubblica amministrazione. Che rimpiange un modello imperniato sullo stato centrale, di tipo verticistico, e guarda con fastidio e supponenza gli altri livelli delle istituzioni pubbliche. Che si fa paladino della difesa dei diritti di tutti i cittadini ma in realtà difende solo gli interessi di una «casta». E in questo disegno cercano di fare annegare cambiamenti importanti che negli ultimi anni hanno consentito di aprire il nostro patrimonio a milioni di persone. Al Ministro Urbani, così come abbiamo suggerito nel passato a Veltroni e alla Melandri, chiediamo di non rincorrere le sirene. Contraddizioni permangono. Aggiustamenti sono necessari. Ma attenti a non fare passi indietro. All'orizzonte non c'è l'«americanizzazione» dei nostri musei. Non era negli obiettivi di Veltroni e Melandri e non credo proprio che sia nel programma di Urbani. Il rapporto pubblico-privato è un tema serio, di rilievo economico, sociale e culturale che si affronta entrando nel merito, fuori da furori ideologici. Non merita di essere brandito come uno spauracchio cui ricorrere quando fa comodo. Che la discussione continui. Ma poi si passi alle decisioni. Da Napoli giunge una richiesta chiara in questo senso.
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La Settimana della Cultura d'Impresa è stata inaugurata a Napoli con la consegna del Premio Impresa e Cultura. La scelta di Napoli è stata motivata dal rinnovato interesse per gli sforzi delle imprese del mezzogiorno nell'impegno a favore dei beni e delle attività culturali. Il tema della defiscalizzazione degli investimenti culturali è stato affrontato con il contributo di esperienze di altri Paesi europei, in particolare la Gran Bretagna. La legge 342/2000 prevede che le erogazioni liberali nel campo dell'arte possano essere dedotte dal reddito d'impresa, ma recentemente il Ministro Urbani ha ampliato i campi d'intervento allo spettacolo.
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