INEDITI A 90 anni dalla morte dell'autore dei «Bostoniani» esce per la prima volta in Italia un'opera del 1911 di sorprendente attualità. Il romanzo denuncia il passaggio di quadri, statue e reperti dall'Europa agli Stati Uniti "La protesta" è l'ultimo e il più svelto dei romanzi di Henry James, insolitamente per lui legato a un fatto di cronaca e a un fenomeno di attualità: il cosiddetto art-drain, il «drenaggio» delle opere d'arte dall'Europa all'America, che fra Otto e Novecento assume preoccupanti proporzioni. Esso ben si prestava al suo tema preferito, il «tema internazionale» il confronto-scontro problematico fra usi, costumi, mentalità, valori e personaggi europei, da un lato, e americani, dall'altro, che già aveva inscenato in tutta una serie di grandi romanzi e racconti, e che qui assume contorni di grande richiamo proprio per la sua immediata attualità. Da un lato, quelle dei finanzieri americani sono percepite come «razzie» o «spoliazioni» favorite o aggravate da quella che appare la prepotenza e la volgarità dell'almighty dollar, dall'altro quella europea appare come una difesa (anche se spesso interessata o imbelle) dei valori della tradizione e dell'eredità culturale incarnata nelle opere d'arte. James non si nasconde, anzi rende esplicito, in lettere e dichiarazioni, che non si trattava di contrapporre buoni e cattivi, che l'incontro-scontro è sempre di carattere problematico, e che nel caso specifico del nostro romanzo causa dirompente della minacciata «spoliazione» è la stessa debolezza e incuria, la vanagloria, certa mancanza di scrupoli e l'incerta moralità europea. Il fatto specifico da cui James prende le mosse era avvenuto nel 1909: il clamore scatenato dall'intenzione del Duca di Norfolk di vendere per una somma cospicua un suo quadro di Hans Holbein jr fino allora esposto come prestito alla National Gallery di Londra, e la nutrita campagna di stampa, gli appelli di personalità e la raccolta di fondi per impedirne la vendita all'estero, scongiurata alla fine grazie alla donazione anonima di una signora («La Duchessa di Holbein è stata salvata da una signora velata che l'ha acquistata per 40.000... Tu puoi strapparle il velo?», scriveva il 4 giugno a Edmund Gosse). Su quello spunto, ma tenendo presente tutta la questione di fondo, nella quiete del Reform Club nel corso del 1909 James scrive dapprima una «commedia di costume» in tre atti intitolata "La protesta", per un'iniziativa del Duke of York Theatre intesa a ottenere testi teatrali da autori di grido, finalmente speranzoso di un agognato successo sulle scene, già perseguito nel precedente decennio con cocenti delusioni. La commedia non arrivò in palcoscenico perché la morte del re Edoardo VII nel 1910 impose una lunga sospensione delle rappresentazioni teatrali. (Sarebbe stata messa in scena poco dopo la morte di James, suscitando un interessante commento di G.B. Shaw, secondo cui il suo dialogato artificiale e letterario era perfettamente intelleggibile all'occhio, ma assolutamente inintelligibile all'orecchio: penna e «viva voce» risultavano due strumenti diversi, da accordarsi ciascuno a proprio modo onde la difficile rappresentabilità dei testi teatrali jamesiani). L'anno dopo, a Boston per la morte del fratello William, infelice e solo, nel mezzo di malattie e depressioni, James traspone la commedia in romanzo, con minimi interventi, mantenendo pressoché immutati i già corposi dialoghi e limitandosi a inserire le descrizioni dei personaggi e quelle connessioni narrative che risultassero indispensabili. James vi infonde infatti una sua tipica specificità di situazioni umane in contrasto, assieme a una strana, per lui, modernità di riferimenti e sfondi: la Londra delle auto veloci e della metropolitana, dei telegrammi e dei giornali «scandalistici», delle campagne di stampa e dei battage pubblicitari, delle gallerie ed esposizioni d'arte, al punto che, fors'anche per questo, e altrettanto stranamente per lui, il romanzo ha un successo insperato di pubblico: quattro o cinque edizioni in pochi mesi, mentre il corposo, ambizioso e impegnativo "La coppa d'oro", il romanzo che coronava la sua fase maggiore, ne aveva avute due o tre in sette-otto anni (come svelava, non si sa bene se amareggiato o divertito, in una lettera).