Durante i ciclici periodi di recessione del mercato dell'arte, è costume appellarsi agli sbalzi della congiuntura internazionale, guerre e epidemie comprese. Salvo essere prontamente smentiti dalla cronaca, come quella che appena due mesi dopo l'attacco alle Twin Towers fece registrare veri e propri record alle grandi aste di Christie's e Sotheby's o come i risultati di vendita dell'ultima fiera di New York, l'Armory show: ottimi nonostante l'impasse dei marines americani in Irak. All'ombra dei nostri campanili, il barometro non accenna invece discostarsi da un clima di bassa pressione che costringe ormai da molti mesi gli addetti ai lavori a viaggiare col freno a mano tirato. Così, dopo i magri affari lamentati all'ultima edizione di Artefiera di Bologna, suscita attesa e curiosità l'evento che praticamente chiude la stagione, ovvero il Miart che si apre il 9 maggio negli spazi della Fiera di Milano. Partenza in salita, quella di Miart, non solo per il periodo di vacche magre ma anche per una tradizione non adeguata ad un evento che si celebra nella capitale italiana delle gallerie. I fattori congiunturali, va detto, non aiutano. Miart stenta a decollare sia perché, per posizione geografica, non riesce ad attirare il grande collezionismo nazionale come è per Bologna; sia perché, a differenza di Artissima di Torino, non può contare su un dialogo con la cultura artistica del territorio (a novembre sotto la Mole pullulano le grandi mostre pubbliche e le gallerie tengono aperto fino a tardi). «La fiera milanese deve anche fare i conti con un periodo di fine stagione e troppo a ridosso della fiera di Basilea, l'evento più atteso per gli ultimi grandi botti del mercato» dice Massimo Di Carlo, presidente dell'Associazione nazionale gallerie d'arte moderna e contemporanea. «Inoltre Milano ha sempre scontato un problema di identità: a parte il caso di Artefiera di Bologna, che resta la capitale indiscussa del mercato anche in virtù dei grandi investimenti effettuati fino a oggi dall'Ente Fiera (quello che a Milano avviene per la moda e il design), Artissima di Torino è ormai riuscita a ritagliarsi il ruolo di kermesse del contemporaneissimo. Milano potrebbe trovare una propria nicchia rafforzando le sinergie con le imprese e sfruttando l'onda lunga del salone della moda e del design, sulla scia di quanto avvenuto nel mercato inglese con il caso del pubblicitario Saatchi Saatchi». Il programma di quest'anno prevede infatti iniziative a cura di Banca Intesa e Fondazione Trussardi. Le sponsorizzazioni possono servire a ravvivare il mercato? «Diciamo che servono a dare fiducia e a garantire gli investitori. Pensiamo solamente al ruolo avuto in Germania da Deutsche Bank o in Svizzera dall'Ubs. Oggi purtroppo il mercato dell'arte risente del rallentamento generale dei consumi, del crollo delle borse e dell'aumento del costo della vita provocato dall'euro. L'effetto più evidente è stato il mancato ricambio generazionale del medio collezionismo, mentre i grandi acquirenti sono rimasti tali». Esiste anche un problema di saturazione del mercato? «Ciò vale sicuramente per l'arte storica, un po' meno per il contemporaneo. Ma il vero problema deriva dalla scarsità di opere importanti sul mercato causa l'abbassamento dei prezzi. Oggi i proprietari di capolavori, privati o gallerie, se possono preferiscono aspettare tempi migliori».
Aspettando il Miart con qualche preoccupazione
Il mercato dell'arte sta vivendo un periodo di bassa pressione, con molti collezionisti che viaggiano con freno a mano tirato. L'evento Miart, che si apre il 9 maggio a Milano, è atteso con attesa e curiosità, ma il mercato è anche caratterizzato da fattori congiunturali come la recessione, le guerre e le epidemie. La fiera milanese deve fare i conti con un periodo di fine stagione e con il fatto che Milano non è la capitale indiscussa del mercato, come è Bologna. Il mercato è anche caratterizzato da una scarsità di opere importanti, causata dall'abbassamento dei prezzi, e da un problema di saturazione del mercato, soprattutto per l'arte storica.
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