Per la prima volta dalla fine degli anni 90 gli introiti annui da privatizzazioni (totali o parziali) effettuate in tutto il mondo hanno superato, e di gran lunga, nel 2005 la fatidica soglia dei 100 miliardi di dollari e raggiunto addirittura la quota di 142 miliardi, il terzo valore annuo più alto di tutti i tempi. Oltre la metà degli incassi li ha fatti l'Europa, ma Asia e Medio Oriente avanzano. Secondo il consuntivo dell'ultima Newsletter del Barometro delle privatizzazioni(www.Privatizationbarometer.net), il portale realizzato dalla Fondazione Iri e dalla Fondazione Eni Enrico Mattei, l'anno scorso le dismissioni totali o parziali hanno fatto un vistoso balzo in avanti nella Vecchia e nella Nuova Europa. Nel nostro continente sono andate a segno 75 operazioni per un controvalore complessivo di 67,7 miliardi di euro rispetto ai 118 miliardi su scala mondiale, poco sotto il record storico dell'Europa di 73 miliardi di incassi da privatizzazioni realizzato nel 2000, e il 25 in più del risultato del 2004. Ma il paradosso non è il volume degli introiti e nemmeno la ripresa delle vendite di Stato in una fase in cui il thatcherismo sembra lontano mille miglia. La sorpresa vera è quella che viene dalla Francia. Proprio nei giorni in cui Parigi sfoggia tutto l'armamentario del suo congenito protezionismo per fermare l'Opa d'acciaio di Mittal su Arcelor tocca proprio alla Francia di de Villepin il primato europeo del 2005 per la vendita di asset pubblici. Quasi la metà (poco meno di 32 miliardi di euro) degli introiti da privatizzazione maturati in Europa nel 2005 sono francesi. È vero che la Germania è rimasta per larga parte dell' anno fuori gioco per la concomitanza delle elezioni, ed è ancor più vero che la Francia comincia a fare solo oggi quel che altri partner europei (Italia compresa) hanno già fatto ieri, ma bisogna riconoscere che Parigi ha realizzato nel 2005 la maggior Ipo europea degli ultimi cinque anni (con Electricité de France), la maggior offerta secondaria accelerata (con il private placement di France Telecom) e tre delle quattro vendite dirette più importanti nell'ambito della completa dismissione del settore autostradale. L'Italia, nella graduatoria europea degli incassi da privatizzazione, è al secondo posto ma con i suoi 17 miliardi di euro è lontanissima dalla Francia, anche se qualcosa ha fatto. Rispetto alle grandi privatizzazioni degli anni 90 è tutta un'altra musica per il nostro Paese, ma la quarta tranche dell'Enel, la cessione di Wind, la vendita di Terna (anche se una quota di rilievo è andata alla Cassa depositi e prestiti) e la discesa della partecipazione pubblica sotto il 50 in Alitalia hanno ridotto il perimetro dello Stato imprenditore. Proprio la vendita del 62,5 di Wind dall'Enel all'egiziano Sawiris fa uscire quasi del tutto lo Stato dalle telecomunicazioni e soprattutto fa della cessione telefonica italiana la maggior privatizzazione in controvalore (12,1 miliardi di euro) messa a segno l'anno scorso in Europa. Molto meno consistenti le vendite di Stato in Olanda (terza nella classifica continentale), Germania e Repubblica Ceca (leader nell'Europa dell'Est), mentre quasi assenti sono stati la Gran Bretagna, che ha già privatizzato tutto quel che c'era da vendere, e la Spagna. Anche se i volumi dei ricavi restano distanti da quelli della Vecchia Europa, in continua crescita risultano le privatizzazioni nei dieci Paesi dell'Est Europa che hanno fruttato incassi superiori del 10 sull'anno precedente e hanno visto primeggiare, oltre alla Repubblica Ceca, l'Ungheria e in minor misura la Polonia. Altre novità del 2005 sono state il crescente ricorso alla vendita diretta o al private placement nella cessione di asset pubblici malgrado il buon andamento dei mercati azionari e il rallentamento delle performance dei titoli di Borsa delle società privatizzate, che sono rimaste al di sotto dei benchmark europei anche se, nell'arco di 36 mesi, battono il mercato del 5,5 per cento. Che cosa succederà quest'anno per la politica delle privatizzazioni? La newsletter del Barometro pubblica un interessantissimo saggio di Luca Farinola della Fondazione Eni Enrico Mattei (Feem) e di William Megginson, guru mondiale delle privatizzazioni e docente dell'Università di Oklahoma, che traccia una mappa del patrimonio privatizzabile dei Paesi europei, cioè di 23 Paesi con l'esclusione di Gran Bretagna e Irlanda che hanno già fatto la loro parte. Alla fine del 2005 il valore delle partecipazioni pubbliche dirette e indirette attualmente nel portafoglio dei Governi dell'Europa dell'Est e dell'Ovest ammonta, seconda i calcoli di Farinola e Megginson, a poco meno di 300 miliardi di euro (230 di partecipazioni dirette e 65 indirette) in un totale di 123 imprese quotate. Si tratta di una somma enorme che equivale a poco meno della metà di tutti gli introiti incassati dalle privatizzazioni avvenute in Europa dal 1977 ad oggi. La quota maggiore del patrimonio pubblico privatizzabile è ovviamente in mano alla Francia, che è in ritardo sugli altri Paesi nella politica delle dismissioni e che detiene partecipazioni per un totale di 93 miliardi di euro in un portafoglio che comprende 18 società di grande capitalizzazione. Al secondo posto c'è ancora l'Italia con partecipazioni in sole sette imprese quotate che però valgono 31,6 miliardi di euro (la sola partecipazione in Eni vale 26,4 miliardi), ma ricchi sono anche i portafogli dei Paesi dell'Est del primo allargamento e in particolare quelli della Polonia (11,81 miliardi di euro) e della Repubblica Ceca (10,37 miliardi di euro). Rispetto a questo potenziale, Privatization Barometer ipotizza per l'anno in corso un volume di privatizzazioni su scala europea che difficilmente replicherà il boom del 2005 ma che «non sarà inferiore ai 40 miliardi di euro». I protagonisti delle dismissioni dovrebbero essere nuovamente la Francia e forse la Germania (attraverso la KfW, l'omologa della nostra Cassa depositi e prestiti) e i Paesi della Nuova Europa. Le imminenti elezioni spiazzano l'Italia che resterà fuori gioco nel primo semestre ma che potrebbe essere spinta a recuperare nella seconda parte dell'anno dalla crescente lievitazione del debito pubblico. Volontà politica permettendo.