La disgraziata saga dell'Ara Pacis parte da una discutibile leggerezza: voler «lasciare un segno» sbaraccando proprio la piazza di Roma meno degradata e meno fatiscente. E naturalmente la Piazza Augusto Imperatore è l'epitome di quello stile architettonico "Anni Trenta" lungamente esecrato perché fascista, e poi rivalutato soprattutto internazionalmente perché già postmoderno con tanti anticipi. (Così come si rivalorizza addirittura il Kitsch già abominevole dell'Altare della Patria e del Palazzo di Giustizia). Ma ormai lo strazio era compiuto e rifinito, come nella Vecchia Parigi sotto Napoleone III. E del resto ci sono fior di antichi motti romani per ammonire che «un fatto non può essere nonfatto»: si potrebbe metterli sulle lapidi. E comunque, demolito il teatro dell'Augusteo c'era ormai al suo posto un montarozzo di cipressi romani; non si era dato seguito al progetto di allargare la via Vittoria come "cannocchiale" verso la piazza di Spagna; e la "teca" dell'Ara Pacis probabilmente si poteva riparare risparmiando, e pulendo di più i vetri. Ai tempi del «riprendiamoci la città» con le corse metropolitane al centro, si era invano richiesto di osservare i monumenti più graditi ai giovani. Per esempio, la gradinata della Trinità dei Monti o i vialetti del "rimorchio" al Pincio. E rifarli post- moderni nelle piazze più malandate della periferia triste, riqualificandole come parchi a tema, e dando lavoro alle maestranze di Cinecittà, le migliori al mondo, ma senza più Cleopatre o Fabiole. Sarebbe stato più democratico, più saggio, e più lodato nell'ambiente dei grandi architetti che fanno lo stesso nelle Disneyland e a Las Vegas, con molto successo critico e di pubblico. E si ispirano con favore agli edifici di Pio e Marcello Piacentini, già deplorevoli perché il Palazzo delle Esposizioni è troppo umbertino, la Città Universitaria troppo mussoliniana, la Via della Conciliazione troppo papalina. Vi fu invece la "pensata" di rifare gli Anni Trenta della Piazza Augusto Imperatore (sventurata, o esemplare, a seconda delle scuole) appunto con Richard Meier, l'architetto che più di tutti ha rivendicato e rifatto il grande stile romano del "regime" e di Sabaudia e dell'Eur. Rifiutando le etichette fasciste o antifasciste, ammirando la "visione" del revisionato "Ventennio", e anche dei kolossal cinematografici della Hollvwood-sul-Tevere, con Elizabeth Taylor o Charlton Heston. E infatti il suo capolavoro, il grandioso Getty Center sulle colline di Los Angeles, è un monumento imperituro alle scenografie di Ponti-De Laurentiis e della Metro-Go1dwyn-Mayer, realizzato in abbagliante travertino candido di Tivoli secondo l'estetica "metafisica" di De Chirico e della concezione "fascista" (ma solo per noi provinciali) della Piazza Augusto Imperatore. Fu una "trovata", appunto. Come quando - nel colmo del dibattito fra architetti autorevoli sul demolire o nò il Vittoriano in piazza Venezia - proponevo piuttosto di pitturarlo a"pois",come nelle celebrate icone "pop" del Partenone di Roy Lichtenstein. Sarebbe diventato un "cult", come il Beaubourg e Bilbao. Però, a Roma, invece di costruire dei Guggenheim attrattivi e fantasiosi nelle borgate che ne avrebbero bisogno, si continua a scavare sotto. E in tutto il territorio dell'ex-impero romano - si sa - si rinvengono selciati e fondamenti e mattoncini più global di un'insegna del McDonald's. Qui, però, scavando per l'Auditorium, si ritrovano inevitabilmente i relitti della solita casa romana. (Termine sempre più evitato: per l'antichità si deve dire «domus», se c'entra la moda sarà una «maison», se si passa alla musica giovane si impone la «house»). E partono così gli adattamenti, e le maledizioni dei musicofìli che ormai preferiscono ascoltare i cd in casa invece di affrontare le faticose allucinanti gradinate di Renzo Piano - tre volte più che alla Stazione Centrale di Milano prima dell'invenzione delle scale mobili-e fare dei giù e su e poi su e giù peggio che fra la Trinità dei Monti e via Condotti, se si vuoi prendere un caffè. Tra invettive indicibili. E naturalmente, adesso, sotto Ripetta, si ritrovano i resti del Porto di Ripetta: che servi quale modello per la scalinata di Piazza di Spagna, e si poteva vedere (una volta) nelle incisioni di Piranesi o discepoli in tante anticamere di professionisti. «Era lì sotto!». E certo, dov'era sempre stato, non certo a Ripa Grande, a Porta Portese. «E mo' ccheffamo?». Era stato il Duce a portare l'Ara Pacis in quel sito incongruo. Prima stava sotto aree oggi pedonali e da caffè, a San Lorenzo in Lucina. Ma si può essere oggi più fascisti del Duce, e continuare a fissare l'Ara Pacis dove l'ha voluta lui, nel suo studio da ex-direttore di giornali, a Palazzo Venezia? Ecco un pasticcio di patate bollenti. (E oltre tutto, si protesta anche quando si vuol demolire una fabbrica neanche tanto vecchia).