Sono una reale risorsa o sono solo strategie per un'immagine di politica altra? Mi riferisco ai beni culturali. Le polemiche divampano sul caso posto da Giovanna Melandri in un suo recente libro-propaganda, già ministro dei Beni culturali, sulla questione relativa al patrimonio culturale che non è stato valorizzato e "sfruttato" a sufficienza nel corso del governo Berlusconi. Solo battute elettorali che non hanno un'idea portante e tanto meno una proposta fresca e vitale. D'altronde la stessa prefazione al volume, di cui non cito volutamente il titolo perché vi ritornerò in un articolo successivo con delle analisi appropriate, è di Romano Prodi. Ma una battuta, in questa circostanza, mi sia concessa. Chi era Attila? La Melandri si vada a rileggere la storia di Attila, dal momento che sostiene che con la destra al governo (della cultura) sia ritornato Attila. Mi pare che non fosse di destra, tutt' altro (ma vada a leggersi R Comeille per capirlo di più). Insomma, si tratta di un manifesto, solo di un manifesto propagandistico e anche scorretto, considerati i fatti reali che stanno dietro sia al Testo Unico (un elenco di normative senza senso e progettazione, voluto dalle sinistre), sia ài contenuti in cui la svendita dei beni era ben segnata. Ora voglio porre una questione seria, anzi serissima, che potrebbe essere elemento di dibattito proprio in questa campagna elettorale, perché in campagna elettorale bisogna parlare anche di cultura e beni culturali. E allora, andiamo avanti. Parto da un presupposto: quanti sono i musei chiusi durante la gestione Melandri e quanti quelli chiusi e quelli aperti o riaperti durante l'attuale governo? Il monopolio della cultura e delle strutture dei beni culturali in manoalla sinistra non significa ottima gestione. Anzi... Ci sono casi con cui potremmo riempire pagine intere di quotidiani. Dal Museo archeologico di Tarante chiuso nell'Anno Domini 2000, di cui ho denunciato pubblicamente l'assenza di politica culturale anche di recente in sedi politiche, allo "straniamento" dell'utente per una mentalità non mediato ma accentra-trice di alcune strutture. Si continua a considerare il bene culturale come qualcosa di "mio" da parte della struttura periferica e da parte di alcuni dirigenti. Dobbiamo avere il coraggio di sgombrare quest'ottica. Dunque si parla di museo. La Melandri, e prima il Veltroni, cosa hanno fatto realmente per i musei? Hanno portato la luce di notte. Bella scoperta. E poi... Gli stipendi dei dipendenti si sono gonfiati con quante lire in più? Ma andiamo nel di dentro di una questione che è tecnica ma anche politica. Ed è su questo che voglio ragionare con serenità. ' Al di là del contesto dove un museo è inserito, ci sono ormai dei principi di fondo dai quali non si può prescindere. L'allestimento gioca un ruolo importante nel rapporto tra utente, comunicazione e comprensione. La lettura delle sale di un museo ormai deve seguire delle regole non solo scientifiche, ma anche pedagogiche. Su questo tema c'è un interessante dibattito che si sta sviluppando anche nelle riviste specialistiche. Mi sembra che il dato didattico (attraverso una metodologia di apprendimento articolata) debba prevalere su aspetti precostituiti che possono piacere agli addetti ai lavori, ma non ad una utenza generale, o meglio non soddisfano quel pubblico del museo che è il vero interprete e lettore del materiale storico esposto. Proprio a partire dalle stesse "didascalie" occorre un'innovazione nei cosiddetti, giornalisticamente, "sottopancia" dei reperti. Ebbene, sono sempre più convìnto che deve esserci un dialogo costante tra le discipline dei beni culturali tout court e quelle che toccano modelli di una comunicazione ampia. Bisognerebbe partire da un presupposto importante. Che ruolo dare ad un museo? È naturale che non deve perdere la sua specificità (e direi scientificità nell'esposizione del materiale), ma altresì deve immettersi in una società e in una cultura in cui il segno mediatico oggi è predominante. Cè bisogno di un immediato impatto che sia recettivo, o meglio che sia in grado di accogliere, di avvicinare, di spiegare e non un impatto che crei diffidenza, incomprensione, aridità nell'offerta. Da questo punto di vista il museo leggibile è quello che riesce a parlare e a comunicare non solo sensazioni ma saperi. Questi "saperi" si costruiscono attraverso dei percorsi che diano delle indicazioni storiche con dei riferimenti ben visibili. Non insisto sulle sale didattiche e sugli strumenti multimediali che hanno una loro straordinaria rilevanza sul versante di una comunicazione più diretta, ma insisto sulla leggibilità immediata dello schema del materiale illustrato. Non dobbiamo trascurare il fatto che il più delle volte il visitatore è un utente distratto, a volte non preparato, a volte diffidente, a volte non alfabetizzato adeguatamente ed entra in una struttura museale perché vuole capire, rendersi conto di determinati aspetti della storia o dell'archeologia o dell'arte di un Paese e di un territorio. Quello che conta, soprattutto per questo tipo di utente, è l'approccio iniziale, ovvero è il tipo di relazione che riesce a stabilire con il primo gradino, e in realtà dove mancano delle guide o dove non c'è la possibilità di seguire il percorso attraverso una guida, diventa tutto meno apprendibile, anzi diventa confusionale. "Noi" abbiamo il vizio, il più delle volte, di discutere come se avessimo davanti degli addetti ai lavori o ci trovassimo a discutere con degli studiosi o con gruppi e persone culturalizzati. In più occasioni non è così e allora si lascia il visitatore a "navigare" da solo tra "trozzelle", "oinochoe" o "fìbule". Immaginate un po' che cosa può accadere... Il sistema dei musei andrebbe ormai pianificato ma nello stesso tempo articolato e calato nelle diversità delle realtà. Oggi il pubblico del museo è eterogeneo e sommerso. Dal turista che non conosce la lingua italiana al bambino delle scuole elementari si crea una spazialità di saperi che vanno, di volta in volta, adeguati e lasciati ad una cultura di consumo la cui comprensione deve essere chiaramente facilitata. Dobbiamo partire da un dato e di questo ne sono forte assertore (altrimenti non avrebbe senso parlare di comunicazione museale e di strumenti di relazione nei musei) il cui "valore" portante è quello che un museo deve servire l'utente. Ad un tale discorso resta legato, appunto, il messaggio medìatìco. Cosa vogliamo trovare in un museo? Anzi, perché entriamo in un museo? La conoscenza è il primo punto. Ma la conoscenza si trasmette. Il museo quindi dovrebbe essere trasmissione di saperi. Un libro che già dalle prime pagine non ci soddisfa o è incomprensibile lo mettiamo da parte tranne se per dovere di studio dobbiamo leggerlo sino all'ultimo rigo. Perciò un dato essenziale, per il non addetto ai lavori, al quale guardo sempre con attenzione in virtù del fatto che la cultura è sempre strumento di comunicazione, è il piacere. Il piacere della conoscenza che si intreccia con la curiosità di penetrare mondi e storie che non si conoscono. La curiosità e il piacere, oltre al bisogno di sapere, sono le due spinte propedeutiche che toccano le corde psicologiche che ci inducono ad approfondire. L'approfondimento su un determinato argomento o su una pagina della civiltà viene in un secondo momento e non può essere dato solo dalla visita ad un museo. Ed è qui che scattano altri strumenti che vanno verso la direzione di una maggiore scientificità. Nel caso dell'archeologia credo che sia necessario sperimentare la facilitazione ad un approccio di lettura delle sale e delle esposizioni partendo da ricostruzioni ben leggibili degli apparati espositivi, usando termini comprensibili a chi non ha studiato il greco e il latino e proponendo il tutto attraverso pannelli esplicativi con immagini che diario un racconto d'insieme non solo dei ritrovamenti ma anche della storia del territorio ben collegata ad una storia più generale. Insomma noi dobbiamo comunicare e dobbiamo illustrare ad un pubblico che ha poco tempo per capire, ad un pubblico che inserisce una visita ad un museo tra i tanti altri appuntamenti del quotidiano, ad un pubblico che va sensibilizzato e invogliato a ritornare. Soltanto se un visitatore ritorna per approfondire, soltanto se riusciamo ad imprimere dei tasselli precisi, soltanto se quella curiosità diventa piacere nell'aver catturato una storia o un frammento di storia, soltanto se riusciamo a meravigliarlo (la meraviglia è un concetto forte che si innesca nel visitatore) il ruolo del museo può considerarsi come un riferimento nella sfera delle culture. Se dovesse subentrare la noia o la stanchezza, lo sbadiglio o l'indifferenza e se alla "vacanza" dal quotidiano dovesse sostituirsi l'impegno della concentrazione a tutti i costi per capire un messaggio, allora il museo diventa fallimentare. Stiamoci attenti perché i beni culturali sono un patrimonio e come tale va tutelato ma va anche offerto e riconsiderato attraverso una armonica e consona fruizione in un tempo in cui le distrazioni e le disattenzioni predominano sul resto. Su questo la politica deve entrare con una progettazione ad ampio raggio e non affidarsi solo ai tecnici. I tecnici vanno "indirizzati" su una progettazione di visione culturale e non possono offrire soluzioni che vadano al di là del rapporto tra politica, cultura e nuovi saperi. La Melandri quanti di questi problemi si è posta?