BAGDAD Tra il Tigri e l'Eufrate tutto venne inventato: la scrittura innanzitutto cioè la Storia la matematica, l'astronomia, le prime leggi che codificavano i comportamenti sociali, l'arte stessa. Custode di questa straordinaria memoria archeologica era ed è il Museo nazionale iracheno di Bagdad: quello devastato dai vandali che come cavallette l'hanno invaso e l'hanno saccheggiato, sotto gli obiettivi impotenti delle telecamere. La razzia del museo fu presa ad emblema dello sfascio dopo la fine del regime di Saddam. Come simbolo della caduta di ogni valore. Ebbene, è stato tutto un grosso abbaglio. Un astuto pretesto: i devastatori non hanno devastato. Non avevano tempo da perdere. Infatti, la maggior parte delle teche delle sale espositive sono rimaste coi vetri intatti. Perchè mai la folla saccheggiatrice che in tutto il resto della città ha fatto poltiglia di vetri, infìssi e arredamenti, qui nel museo improvvisamente si è fatta rispettosa? Le teche erano vuote: la maggior parte dei l70mila reperti era stata messa in salvo. A maggior ragione ciò avrebbe dovuto far infuriare ancor di più i saccheggiatori. Invece no. Una spiegazione c'è. E' molto semplice: «Erano ladri professionisti: hanno portato via soltanto 20 pezzi piuttosto importanti», rivela Jabir Khalid Ibrahim, sessantenne allampanato presidente dell'ufficio nazionale delle antichità irachene, «hanno trascurato tutto il resto. Conoscevano il valore e la collocazione esatta delle opere», aggiunge. Accanto, la direttrice del museo sembra in guerra col mondo. La dottoressa Nawada Al-Mutawalli non vorrebbe tirar fuori le chiavi del lucchetto che blocca il portoncino d'ingresso degli uffici e farci entrare a vedere quel che è successo. Ha paura. Diffida di tutto e di tutti. Chi ha rubato si è preoccupato di portar via i computer e i dischetti rigidi con gli archivi del museo: «Hanno portato via la memoria della memoria». Gli uffici sono stati messi sottosopra, ma per confondere le idee: per far sparire le tracce dei reperti rubati, quale miglior mezzo che cancellarne l'esistenza burocratica? Archivi mutilati: per terra, ci sono tre cartelle rosse. Riguardano il lavoro degli archeologi italiani a Ninive. Le riconosce il professor Giuseppe Proietti, direttore generale per l'Archeologia del ministero Italiano dei Beni culturali. E' venuto da Roma per verificare col collega iracheno la portata reale dei danni. Preme su Ibrahim per farci entrare nel museo. Ibrahim lo ordina alla direttrice. La quale, riluttante, apre. Però in cambio pretende che si fotografi solo dove lo dice lei e guai se ci sofferma ad annotare la disposizione dei pezzi ancora esposti lì dentro: «Così agevolate il compito dei ladri». Ma i professionisti dei furti su commissione non hanno bisogno di consigli: di questo museo sapevano già tutto. Le domande aperte sono molte: chi è stato il basista? Chi ha fornito la mappa e le informazioni necessarie per andare a colpo sicuro? 1 ladri hanno portato via anche altre piccole cose, ma sono di modesta importanza rispetto ai 20 pezzi principali, che sicuramente saranno al centro di febbrili trattative. Qua e là restano evidenti le tracce dei furti: statue, bassorilievi mesopotamici, tavolette d'argilla a scrittura cuneiforme. Oggetti che valgono milioni dì dollari: gli Stati Uniti sono il mercato clandestino più fiorente ed esigente. In un angolo, ci sono i frammenti di una statua romana del secondo secolo: un piede con sandalo, parti di gambale. C'è persino una macchia scura. II sangue di un ladro, feritosi nel trasportare la statua. Buttata giu da un piedistallo che ora è lì, rovesciato, tra teche intatte e vuote. Alla fine di un corridoio, due sarcofagi sumeri aperti. La preda più importante è una statua in bronzo del periodo accadico (terzo millennio avanti Cristo): pesava 300 chili. L'hanno trascinata lungo la scala: i gradini si sono sbrecciati. Una striscia giallastra mostra il percorso dei ladri. Hanno agito con perizia e cinismo. Hanno portato via pezzi selezionati. Hanno evitato di rubare copie e questo può farlo solo chi se ne intende di antichità oppure chi ha ricevuto istruzioni assai dettagliate. Non è la prima volta che questo succede in Iraq: per cercare di arginare il fenomeno, italiani e iracheni stanno cooperando a un progetto che si chiama Brila.acronimo di un data base che raccoglie dati e informazioni su 800 oggetti scomparsi dai musei iracheni dopo la guerra del Golfo del 1991. Una copia di questa banca dati è stata messa a disposizione del Comando carabinieri per la tutela del patrimonio culturale. Il sodalizio scientifico tra italiani ed iracheni è molto profondo, spiega Proietti, sono 40 anni che «il Centro Scavi di Torino opera in Iraq, con una propria sede». Anche gli americani, che hanno blindato il museo con un carro armato e una piccola guarnigione di sorveglianza, sono ora alla caccia del tesoro di Bagdad. Alle frontiere i controlli sono minuziosi, ma nessuno si illude davvero di intercettare i 20 pezzi rubati dal Museo.