Proietti, direttore ai Beni culturali: «Una devastazione gravissima, è stata distrutta la memoria del Paese» ROMA «La razzia al museo nazionale di Bagdad è continuata per tre giorni: qualcuno racconta che ci fosse una sorta di vigilanza, anche armata, da parte del personale, ma che siano arrivati dei fedayn di Saddam e l'abbiano travolta. Forse, il numero degli oggetti asportati è inferiore a quanto si credeva finora: qualcuno parla di un migliaio di reperti; ma la devastazione è gravissima: una tra le più gravi nella storia recente dell'umanità. Spariti tutti gli archivi e tutti i registri. Ho visto due sculture romane provenienti da Hatra, a grandezza quasi naturale, fatte a pezzi, come pure antichissimi vasi in terracotta, o ad impasto; rubata una statua in bronzo di re Naram Sin di Akkad, che pesa 300 chili; portati via parte degli ornamenti in oro della celebre Arpa di Ur, e così pure reperti d'arte islamica, come antichi battenti in legno; un sarcofago di chissà quanti secoli, completamente rovinato. L'archeologo Donny George ha mostrato un taglierino per cristalli trovato nel museo, che evidenzia quanto la razzia fosse organizzata. Ho saputo che sculture assire sono state rubate dal museo di Mussul, cioé Ninive; anche a quello di Ctesifonte pare che ci siano stati furti; da Nimrud, sarebbero spariti rilievi antichissimi, in alabastro. Una devastazione assoluta, che stringe il cuore». Giuseppe Proietti, direttore generale per l'archeologia del ministero dei Beni culturali, è tornato da una settimana in Iraq; oggi, racconterà tutto al ministro Giuliano Urbani, che mercoledì riferirà al Parlamento. Delle grandi sculture, conservate al piano seminterrato del museo di Bagdad, Proietti non sa nulla, «non mi ci hanno fatto andare»: né di quella del re Sargon II, che sarebbe la sua unica effige pervenuta a noi; né del busto calcareo con gli occhi di lapislazzulo, dal tempio di Shara, che risale a tremila anni prima di Cristo; nè dell'altra statua calcarea, forse di un re, trovata ad Uruk ed antica di 5.100 anni. Le voci che le avessero dacapitate? «Non ho potuto verificare». Come non è stato possibile saper nulla delle migliaia di tavolette, a caratteri cuneiformi: «Non erano esposte; anzi, già a gennaio, avevo visto i funzionari del museo intenti a imballare molti reperti in apposite casse; e il direttore generale delle antichità irachene, Jaber Kaled Ibrahim, mi ha sussurrato all'orecchio che quelle casse sarebbero salve: anche se nessuno sa dove, e come, nascoste e custodite». Il racconto di Proietti, che, insieme con l'ambasciatore Antonio Armellini, ha preso contatti con gli americani che si occupano dell'amministrazione interinale a Bagdad, è dei più angoscianti. «Jaber, che andava sempre in ufficio alle sette del mattino, è giunto alle dieci e si è scusato: ogni giorno, fa dieci chilometri a piedi per andare e venire. Tutto sfondato. Manca ogni cosa: dalle finestre, alle sedie, ai registri; nessuna comunicazione è possibile; il museo è sotto chiave, ora finalmente presidiato da tanks, e Jaber apre e chiude un grande lucchetto. Povera gente, ha bisogno proprio di tutto». Confermata la distruzione degli archivi e della biblioteca nazionali, incendiati: «L'Iraq non ha più la propria memoria; ora, noi studiosi occidentali manderemo le copie dei cataloghi che ciascuno possiede, almeno perché si possa ricostruire in parte quanto è stato portato via». L'Italia gode di una posizione di grande rilievo: l'unica ad aver lavorato da anni, insieme con gli Iracheni, in rapporti d'assoluta pariteticità; un ambasciatore americano s'è assai stupito quando Jaber Kaled ha abbracciato Proietti: «Loro ammettono una grande difficoltà a intessere rapporti», e si può ben capirlo. «I sindacati sono disponibili all'invio di volontari, pagando le missioni con parte dei fondi destinati a tutto il personale; l'idea è che, non appena vi sarà una certa stabilità, in supporto alle strutture irachene, noi si possa spedire alcune squadre multidisciplinari di sette tra tecnici e studiosi, per gli interventi più urgenti. Siamo il solo Paese a poterlo fare: l'unico a possedere strutture del genere; per i terremoti, l'unico con esperienze di calamità gravi che investano il patrimonio culturale».
Il museo di Bagdad, una razzia lunga tre giorni
Il museo nazionale di Bagdad è stato oggetto di una devastante razzia, che ha portato via migliaia di reperti, tra cui sculture, vasi, statue e documenti. La razzia è stata condotta da fedayn di Saddam Hussein e ha causato una devastazione gravissima, con la distruzione degli archivi e della biblioteca nazionale. Il direttore generale per l'archeologia, Giuseppe Proietti, ha raccontato che la razzia è stata organizzata e che molti reperti sono stati portati via. La devastazione è stata così grave che è stata distrutta anche la memoria del Paese.
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