Ampi spazi e insperato interesse stanno dedicando in questi giorni gli organi d'informazione alla protesta di funzionari e dipendenti del Ministero per i beni e le attività culturali, e per quanto più direttamente ci riguarda della Soprintendenza per i beni archeologici della Puglia, a seguite dell'avvenute soppressione, attraverso l'ultima Legge finanziaria, dell'indennità di missione per Se attività che si svolgono all'esterno degli uffici, attività che risultano non solo frequenti ma soprattutto caratterizzanti dell'impegno di architetti, storici dell'arte e, per l'appunto, archeologi, la stragrande maggioranza dei quali ha sempre anteposto la mission culturale dell'Amministrazione e gli interessi del territorio di riferimento ai piccoli e pur legittimi interessi personali. Ritengo però che l'oggetto principale della protesta non debba essere rappresentato dalla nuova disposizione di legge, discutibile fin che si voglia ma diretta a conseguire qualche pur piccola economia per i bilanci pubblici, ma dalla crisi strutturale che da anni affligge quella che è stata per quasi un secolo e mezzo la gloriosa Amministrazione statale delle antichità e belle arti. Non per nulla, a ottobre 2002, in occasione dell'annuale Convegno di Taranto sulla Magna Grecia, già esprimevo forti preoccupazioni di fronte alle incalzanti riforme del nostro Ministero. L'anno precedente, infarti, si era avuta la definizione delle nuove più ristrette Direzioni Generali, cui aveva fatto seguito l'individuazione, nei compiti e nei responsabili, di quei Servizi che avevano ereditato su base specialistica le competenze trasversali delle preesistenti Divisioni dell'antica Direzione Generale detta delle Arti. Nel frattempo era stata compiuta una scelto di fondo: la creazione, per ogni regione, di almeno una Soprintendenza riferite a ciascuno dei tre settori del preesistente Ufficio Centrale per i berri archeologici, architettonici, artistici e storici, senza con ciò negare qualche iniziativa legata con evidenza a ragioni politiche o di campanile, come l'istituzione delle due soprintendenze 'miste' di Lecco e di Lecce: scelta, quest'ultima, che si sarebbe anche potuta condividere se poche settimane prima la storica Soprintendenza 'mista' di Bari non fosse stata già sdoppiata. Ove si pensi che ogni nuovo Ufficio dello Stato non può comportare aumento di personale, non e difficile immaginare la non invidiabile situazione in cui vennero a trovarsi i colleghi architetti e storici dell'arte (e poi in sarte anche noi archeologi) per ripartirsi le risorse umane e le stesse sedi museali o di uffici. Ancora, in occasione dell'uiiima Settimana della Cultura (maggio 2005) sottolienavo come mai in quel momento l'iniziativa si svolgeva in uno scenario di incertezza politica e istituzionale, trovandoci alle prese con affanni solo in parte nuovi, fra risorse finanziarie ed umane sempre più esigue per una gestione efficace del patrimonio e riforme organizzative che si rinncorrevano al centro e in periferia senza riuscire a trovare il necessario punto di equilibrio. E dobbiamo fare appello a un ottimismo che viene da lontano (aggiungevo) per non perdere il tradizionale nostro intendimento di essere ai servizio dei cittadini, nonché la speranza di rappresentare ancora un modello per quei tanti giovani che si dedicano a studi attinenti i beni culturali, e ai quali vorremmo vedere riaperta la prospettiva di far valere le proprie qualità all'interno dell'Amministrazione che affonda con orgoglio le sue radici negli anni appena successivi all'unità nazionale. Sul finire del 2005, infine, ha visto la luce il volume "I fili della meraviglia", catalogo di una mostra realizzata dalla nostra Soprintendenza l'anno precedente nel Castello di Gioia del Colle: introducendolo, constatavo con preoccupazione i grandi cambiamenti (ma soprattutto le gravi difficoltà) che da alcuni anni interessano (o affliggono) l'amministrazione dei beni culturali. Gli Uffici (aggiungevo) vengono infatti aggregati o disaggregati seguendo toppo spesso gli estri del momento o delle parti; gli organismi centrali si moltiplica creando competenze trasversali non sempre perspicue nelle connessioni; soprattutto nei nostri uffici periferici (quelli di frontiera) gli organici, tècnici ed Miflronistrsttvi, si fanno sempre più esigui in quanto da lustri non si bandiscono concorsi aperti ai giovani che pur numerosi e qualificati si offrono al mercato del lavoro; grandi risorse finanziarie e umane, invece, vengono impegnate per discutibili procedimenti di riqualificazione generalizzate dei personale, forieri di ulteriori forme di destabilizzazione. Eppure nuovi musei 6 importasti restauri vengono finanziati e conoscono !s gioia o la solennità delle cerimonie inaugurali, ma poi non vi sono i fondi, te persone e i modi perché le nuove strutture funzionino regolarmente e le manutenzioni siano garantite; cosi si esulta per le tante mostre che attirano migliaia di visitatori, ma non si pensa a programmi ebe contemplino anche la realizzazione di spazi per la corretta gestione quotidiana del patrimonio: laboratori, sale di studio e soprattutto quei magazzini sulla cui superflua polverosità molti ironizzano, ma che restsiiù fondamentali per conservare con ordine i reperti che ancora numerosi provengono dal territorio e sete» i quali (i magazzini ordinati) non possono realizzarsi validi allestimenti né di musei né di mostre temporanee. Se questo è lo scenario generale, ben venga la protesta per la soppressione delie indennità di trasferia, purché non si confonda la conculcata aspettativa dei singoii con il tradimento, in atto da tempo, degli interessi più generali del Paese e con la 'messa in liquidazione' degli organismi legittimamente preposti alla tutela del patrimonio culturale. Soprintendente archeologico della Puglia