Da quasi ottocento visitatori a più di duemilacinquecento, tutti in un solo giorno, quello dell'apertura al pubblico del rinnovato Statuario: è cominciata con un bel salto la nuova vita del Museo Egizio di Torino, secondo al mondo solo a quello del Cairo, da poco trasformato in Fondazione privata. Ed è, oltretutto, la prima volta in Italia che un museo statale è stato affidato ad una Fondazione privata di cui fanno parte Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Regione Piemonte, Provincia e Città di Torino. «Un bel risultato ottenuto in pochissimo tempo, che ha ridato nuova vita ad una collezione importantissima» spiega il presidente della Fondazione Alain Elkann che, insieme alla direttrice Eleni Vassilika, si appresta domani a ricevere la visita del presidente della Repubblica Ciampi (proprio domani, in contemporanea con le Olimpiadi invernali, si apre la mostra La vita quotidiana nella Valle del Nilo in programma fino al 30 giugno). Un bel risultato (solo parzialmente offuscato da qualche polemica) che nasce anche dalla scelta di affidare l'allestimento dello Statuario a Dante Ferretti (scenografo premio Oscar per The aviator). Dice Ferretti: «Ho fatto buio per mettere il sole: ho chiuso le finestre e invece della luce naturale ho puntato su fasci di sole artificiale che illuminano le statue di Ramesse II e della bellissima dea con la testa di leonessa». Ma siccome non si tratta solo di un set, per quanto illustre, ma anche di uno spazio «per studiosi» Ferretti ha realizzato pareti specchianti che permettono «di osservare le statue nella loro completezza in unambiente dalle dimensioni dilatate» (il tutto «con il sottofondo dei suoni del deserto»). Secondo Jean-Francois Champollion (era il 1824): «La strada per Menfi e Tebe passa per Torino». Nelle parole del decifratore dei geroglifici c'è «la storia lunga e illustre» dell'Egizio. Il primo oggetto a giungere a Torino era stata (nel 1630) la Mensa Isiaca, riproduzione romana di una tavola d'altare in stile simil-egizio. Anche se il Museo venne formalmente fondato solo nel 1824, con l'acquisizione da parte del re Carlo Felice della collezione di Bernardino Drovetti. Il risultato sono i circa seimilacinquecento oggetti oggi esposti e gli altri 26.500 che si trovano nei magazzini («a disposizione degli studiosi» spiega Elkann). Il futuro dell'Egizio non può dunque passare solo attraverso l'allestimento «ad effetto» di Ferretti (per presentarlo, fino al 30 giugno, è aperta la mostra Riflessi di pietra), ma anche da un generale rinnovamento dell'intera struttura collocata nel Palazzo costruito dal Guarini: «Stiamo cercando di rendere il Museo meno "polveroso" e più internazionale, abbiamo sostituito le te-che e abbiamo messo didascalie finalmente bilingui». D'altra parte toccherà proprio all'Egizio accogliere (in comodato) lo straordinario Papiro di Artemidoro attualmente in mostra a Palazzo Bricherasio (fino al 7 maggio) e sempre l'Egizio conquisterà presto anche il «piano» oggi occupato dalla Galleria Sabauda (che si sposterà a Palazzo Reale). E le polemiche? «Spero che chi le abbia suscitate venga a visitare il museo. E capirà che stiamo lavorando veramente bene».