In questo clima pre-elezioni, uno dei temi più gettonati sembrano essere i beni culturali; e se questo non può che far piacere agli «addetti ai lavori», dall'altra parte - vista la situazione che dai più è stata definita orrenda, per esempio proprio su queste pagine da Vittorio Emiliani o da Salvatore Settis su «La Repubblica» - è forte la volontà dei "tecnici" di poter contribuire e dare un apporto. Così come forte è lo sconcerto nel leggere bozze di programmi sul tema da parte dell'Unione o di formazioni politiche al suo interno, come la Margherita, che non sembrano poter incidere per la loro genericità e che soprattutto non sono nel solco di una decisa inversione di tendenza rispetto alle politiche fin qui attuate. Si prevede ovviamente l'incremento del settore finanziamenti, e non si possono tacere su questo versante tutte le azioni poste in essere dal governo di centro sinistra, ministri Veltroni e Melandri, grazie a cui seguirono numerose aperture o riaperture di aree importanti, come la Domus aurea o l'attenzione riservata al prolungamento di apertura di vari musei, che oggi solo la volontà ferrea di molti soprintendenti tiene ancora aperti, con lo scopo precipuo di non arrendersi ad eventuali detrattori del sistema statale (a proposito, tra i tagli di fine anno è da annoverarsi anche la diaria per le missioni ai tecnici che controllano il territorio, circa 0,20 euro l'ora, 6 euro giornalieri, un bel risparmio, non c'è che dire...). Per quanto riguarda invece il «sistema Beni culturali», l'unica ricetta che viene rispolverata e in maniera anche imprecisa è il passaggio della tutela alle Regioni, immemori del «disastro Sicilia». Ma vogliamo soffermarci un attimo sull'altro esempio negativo, cioè il paesaggio in sub-delega agli enti locali e allo scempio cui si assiste impotenti del nostro territorio? E non vi sono sistemi di controllo che tengano, così come si propone che vengano istituiti per la tutela; tre esempi per tutti, i piani paesaggistici di Campania, Lombardia e il caso recentissimo del Lazio, dove, grazie ad uno stravolgimento legislativo avvenuto nella gestione appena trascorsa, sarebbe stato possibile costruire davanti alla linea di costa marina, sopra i 1200 metri nelle aree boschive, per intenderci sul Terminillo, e per le aree archeologiche diffuse nel paesaggio storico dell'agro romano sarebbe stato necessario il vincolo statale, giustappunto, perché non tutelate ope legis. E non si può tacere, sempre per rimanere in tema di enti locali, sulla scelta di porre in vendita a Roma il Poligrafico dello Stato, che da solo avrebbe risolto gran parte dei problemi espositivi nella Capitale, tanto da poterne diventare un piccolo Beaubourg, e l'Istituto Geologico, destinati a funzioni commerciali. Vanno certamente salvaguardate le autonomie locali, ma in sinergia con la struttura statale, convergendo con finanziamenti e piani di intervento per obiettivi e contemporaneamente sciogliendo il nodo creato dalla modifica del titolo V della Costituzione, che divide artificiosamente la tutela dalla valorizzazione, in collaborazione con le Soprintendenze territoriali. Come non bastasse - ed è per questo che la ricetta è imprecisa - viene prevista la delega delle funzioni di tutela alle Università, in un minestrone di stampo elettorale. Ora, è evidente e necessario che il sistema universitario sia strettamente legato a quello dei beni culturali, non solo per la formazione, ma anche per tutte le funzioni legate agli studi e ricerche, dagli scavi all'elaborazione dei dati, anche digitali, e guai se non fosse così; non sono in pochi a rimpiangere di non essere nel comparto ricerca, piuttosto che nel comparto Stato, proprio per l'affinità e per l'interscambio continuo tra i due settori. Ma come si svolgerebbe questo scenario, non è dato sapere e riesce difficile perfino immaginarlo. Nello stesso tempo, da più parti viene avanzata l'ipotesi di unione tra Beni culturali e Turismo, come viene prefigurato nel recente articolo su queste stesse pagine dell'On le Melandri, ex ministro dei Beni culturali e a cui si deve un regolamento sulla vendita dei beni storico-artistici di proprietà demaniale, mai tanto rimpianto. È palese che le attribuzioni in materia di spettacolo, sport e impiantistica sportiva, risalenti al 1998, ministro Veltroni, invece che potenziare la struttura del Ministero per i beni e le attività culturali, l'abbiano resa «pesante», senza che a ciò siano corrisposti finanziamenti adeguati, impoverendo perciò ulteriormente i settori corrispondenti. Per quanto riguarda il turismo, i due settori sono diversificati: anche se da uno discende la fortuna dell'altro, ambedue necessitano di finanziamenti appropriati, oltre che di una gestione centralizzata. Anche il turismo infatti è oggi decentrato in maniera, oserei dire, insensata, quando invece una delle nostre maggiori risorse dovrebbe giovarsi di direttive a livello nazionale, così come i beni culturali, e i risultati si vedono nelle statistiche dei visitatori. Sembrerebbe più giusto, semmai, tornare a parlare di beni culturali e ambientali, di stampo spadoliniano, in quanto strettamente connessi; in breve, siamo nella sfera della tutela del territorio, che può essere garantita solo da una efficace politica di scelte in sinergia con gli enti territoriali. Presidente Assotecnici IRENE Berlingò