Riapre al pubblico la Getty Villa di Malibu, California, celebre copia della Villa dei Papiri di Ercolano (scavata nel Settecento), edificata nel 1968 da J. Paul Getty come sede del suo museo. Ma che senso ebbe quell'architettura allora? E che senso ha riproporla oggi? Il Getty Museum si sviluppò a partire da un Ranch House degli anni Venti in stile "coloniale spagnolo", acquistato da Getty nel 1946, quando la sua collezione era assai ristretta. La Villa, "ricostruita" secondo le istruzioni dell'archeologo Norman Neuerburg, fu aperta al pubblico nel 1974, e fino all'inaugurazione del Getty Center nel 1997 ospitò tutte le collezioni del Getty. Da allora la Villa fu chiusa al pubblico, mentre si sviluppava il lavoro di ristrutturazione degli architetti Jorge Silvetti e Rodolfo Machado: nel rinnovato edificio hanno ora sede le sole collezioni archeologiche. Nel 1968, la scelta di una villa all'antica come forma museale fu assai controversa, ma va vista in un duplice contesto, californiano e internazionale. In California, due significativi precedenti sono Hearst Castle presso San Simeon (1919-1937) e la Huntington Art Gallery di San Marino (1908-1911). William Randolph Hearst (il magnate della stampa di Quarto potere) edificò il suo castello secondo il "San Diego look", inventato da Bertram Goodhue nella fiera di San Diego del 1915: una sorta di tardo-barocco alla spagnola, che per evocare l'improbabile passato virtuale di una California ispanica si rifaceva al linguaggio di José Benito de Churriguera (1665-1725), un architetto spagnolo che peraltro nel Nuovo Mondo non lavorò mai. Hearst Castle fa un esercizio di eclettismo "storicistico", il cui carattere antologico venne ingigantito dal clima californiano: vi si moltiplicano riferimenti e citazioni, pavimenti e soffitti da palazzi, chiese e monasteri europei inglobati nell'architettura. Frammenti di sculture gotiche spagnole e francesi nel portale, finestre veneziane, mosaici romani, camini francesi, un gigantesco soffitto da Brescia, sarcofagi romani veri e finti s'incontrano a ogni passo; un tempio romano, sul bordo della piscina, è un "collage" di colonne, frontone e fregio, tutti provenienti dall'Italia ma di epoche differenti. Insomma, si costruì per accumulo un visionario riassunto di arte europea, a mezza strada fra nostalgia romantica e una bottega d'antiquario. Un principio opposto governa la Huntington Art Gallery di San Marino, in origine casa di Henry E. Huntington, il cui gusto collezionistico deciso e selettivo lo portò a raccogliere libri e manoscritti sulla storia e letteratura inglese e americana, poi anche un'eccellente serie di dipinti inglesi del Settecento e del primo Ottocento e sculture e arti decorative francesi dello stesso periodo. Per l'edificio destinato alle collezioni si adottò lo stile "Beaux-Arts", che parve il miglior corrispettivo di una collezione incentrata su Gainsborough, Reynolds, Constable, Lawrence e Turner. La Huntington Gallery fu trasformata in collezione pubblica nel 1927, Hearst Castle fu aperto al pubblico nel 1958. Nel 1968, questi due modelli si offrivano come alternative diverse, ma con un principio comune: che l'architettura della casa-museo di un magnate in California dovesse riflettere il carattere delle sue raccolte d'arte. Un carattere onnivoro ed eclettico nel caso di Hearst; selettivo e mirato, in quello di Huntington. I gusti di Getty non erano così indiscriminati come quelli di Hearst, né tanto selettivi come quelli di Huntington, e s'incentrarono su tre nuclei fondamentali: mobilio francese del Settecento, dipinti di antichi maestri europei e oggetti d'arte classica greca e romana. Quale di queste tre direzioni doveva riflettersi nell'architettura del nuovo museo? Lo studio Langdon and Wilson sottopose a Getty tre progetti alternativi, uno in stile ispanico-coloniale, un altro in stile "palladiano", il terzo "modernista". Ma Getty preferì puntare sul classico, ispirandosi ad altri precedenti, europei, come il «Pompeianum» di Aschaffenburg (Baviera), e la «Maison grecque» di Cap-Ferrat. Il «Pompeianum» di Aschaffenburg è una residenza estiva eretta nel 1840-48 per il re di Baviera Ludwig I. Architettura, pavimenti a mosaico, pitture parietali, elementi dell'arredo sono dedotti dalle case pompeiane che quel sovrano aveva visitato, e in particolare dalla casa «dei Dioscuri», scavata nel 1828-29; l'edificio è circondato (lo sarà poi anche la Getty Villa) da un giardino "mediterraneo" con limoni, mandorli e fichi. Quasi distrutto dai bombardamenti nel 1945, fu restaurato dopo la guerra e destinato a museo. La «Maison grecque» nacque invece dal sogno archeologico di un ellenista di professione, Théodore Reinach, e dal suo incontro con un architetto di eguale inclinazione, Emmanuel Pontremoli. Costruita fra il 1902 e il 1908, essa ripropone una casa a peristilio di Delo (II-I secolo a.C.) scavata dai francesi, alludendo anche alla colonizzazione greca della costa francese (Pontremoli era nato a Nizza, l'antica Nikaia). Per la villa fu scelto il nome di «Kerylos», e cioè dell'alcione, portatore di presagi favorevoli. Le pareti furono decorate con scene mitologiche riprese dalla ceramica attica; mobili, stoffe, vasellame da tavola, tutto fu disegnato "alla greca", e alla villa fu annessa una galleria di calchi da sculture antiche fra cui i busti del Doriforo e della cosiddetta Saffo, repliche in bronzo di quelle trovate nella Villa dei Papiri di Ercolano: opera delle Fonderie Chiurazzi di Napoli, come quelle (identiche) che decoreranno molti anni dopo la Getty Villa. Getty amava considerarsi l'ultimo di una serie di ricchi collezionisti di arte antica: in un romanzo dei primi anni Cinquanta, "A Journey from Corinth", egli immaginò che l'Ercole Lansdowne, allora il pezzo più importante della sua collezione, fosse stato prima a Corinto, poi comprato dal proprietario della Villa dei Papiri, e finalmente trasportato a Villa Adriana, dove di fatto la statua fa scoperta nel 1790, per finire in una collezione inglese, e finalmente a Malibu. Il suo nuovo museo "doveva" dunque essere una villa all'antica. Ma che senso ha riproporre la stessa Villa nel 2006? Rivista oggi, essa ci appare davvero remota, perché di mezzo c'è stata l'ascesa e il declino dell'architettura post-moderna, con il suo vasto bagaglio di citazioni dall'antico. L'innesto, denotativo ed eclettico, di citazioni forti di matrice greco-romana fu una reazione polemica coatro il linguaggio modernista, e al suo ripudio della decorazione («Ornamento è delitto», aveva proclamato Adolf Loos nel 1910) oppose un orchestrato e indulgente rilancio del lessico ornamentale all'antica, reimpaginato giocosamente, quasi fosse non eredità storica, ma realtà virtuale. La Villa-museo di Getty non fu in sintonia né con la tradizione modernista né con l'incipiente poetica del postmoderno, e questa doppia dissonanza le procurò subito una pessima stampa. Eppure, essa ebbe allora, forse solo per innocenza, una sua originalità: mentre le ville di Ludwig I e di Reinach si basavano su vari modelli (varie case di Pompei o di Delo), la Villa di Malibu ebbe un modello unico, la Villa dei Papiri, e si presentò come la ricostruzione "filologica" (un monumento antico. Di pochi anni prima (1953-56) era stata la ricostruzione della Stoà di Attalo II nell'Agorà di Atene (sovvenzionata da Rockfeller e da altri donatori privati americani), basata sull'esatta misurazione degli scarsi resti archeologici e destinata ad accogliere il Museo dell'Agorà. Se Hearst Castle e la Huntington Art Gallery costituirono dei possibi "modelli di comportamento" sul suolo californiano, e il «Pompeianum» e «Kerylos» dei precedenti per un'abitazione di lusso "all'antica", la Stoà di Attalo legittimò l'idea di ricostruire di sana pianta un edificio antico, e per farne un museo. Anche in questo senso, la Getty Villa, contemporanea a tanta architettura postmoderna, non era affatto in sintonia con essa: fu (se così si può dire) pre-postmoderna. Rinnovata a trent'anni di distanza, ora che il postmodernismo in architettura ha esaurito la sua parabola più vitale quest'architettura ormai post-postmoderna sperimenterà ancora, come alla sua "prima" nascita nel 1968, il favor del pubblico e la condanna dei critici
il Sole 24 Ore
5 Febbraio 2006
II Pompeianum di Getty
SA
Salvatore Settis
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
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