L'ex ministro censisce i "danni" della Cdl e l'eredità dei governi dell'Ulivo da rilanciare UN NEW Deal per la cultura, per la tutela del patrimonio, invoca Giovanna Melandri nel libro che esce in questi giorni (Cultura, paesaggio, turismo, Gremese, pagg. 154, euro 10, con prefazione di Romano Prodi). E New Deal vuol dire politiche pubbliche e regia pubblica nella salvaguardia dei beni culturali, del paesaggio e in genere del territorio, ribaltandole scelte degli ultimi cinque anni, fondate su una religione del privato che spesso si è esaurita in empiti declamatori, oltre che in concretissimi colpi di mannaia ai già esili bilanci ministeriali. Due episodi citati nel libro rendono il clima di questi anni. La riforma del ministero dei Beni culturali ha ingrossato il corpaccione della burocrazia romana, moltiplicando i ruoli dirigenziali. Ma le riforme, hanno sentenziato i titolari dell'Economia, andavano fatte a costo zero, e per incrementare i vertici si è sguarnita la base della piramide, vale a dire le Soprintendenze diffuse sul territorio. Una condizione di frustrazione si è propagata nel sistema nervoso della tutela in Italia, già fiaccato dal mancato ricambio (è da decenni che non si tengono concorsi), con un personale invecchiato, schiacciato da incombenze burocratiche e inchiodato a un'attitudine vincolistica che non lascia spazio a una salvaguardia attiva (che intreccia bene culturale e territorio), una disposizione al divieto vista come il disperato baluardo contro l'aggressività di privati e amministrazioni (a volte con poche differenze fra centrodestra e centrosinistra). Il secondo episodio indicato dalla Melandri è il condono edilizio, diventato una prassi ordinaria essendosi ripetuto per tre volte a scadenza ciclica (1985: governo Craxi, ministro Nicolazzi; 1994: Berlusconi - Radice; 2003: Berlusconi - Lunardi), e inducendo la convinzione che un abuso ha lo stesso rilievo di un parcheggio in divieto di sosta. Altre vicende segnala la Melandri: dalla Patrimonio S.p.A. al Codice dei Beni culturali fino alla costituzione della società Arcus, che accumula compiti propri del ministero e gestisce restauri finanziati dalla legge per le Grandi Opere. La Melandri è stata per due anni e mezzo ministro nei governi D'Alema e Amato e rivendica a quegli esecutivi (oltre che a quello Prodi, quando suo predecessore era Walter Veltroni) una strategia che poche volte si era attuata nella storia repubblicana (in linea con la gestione dì Alberto Ronchey e di Antonio Paolucci). Risorse crescenti, restauri e aperture di sedi museali, per esempio; la riorganizzazione del ministero, che, fra le altre cose, ha assunto competenze in materia di sport e spettacolo (innovazione che ha suscitato non poche polemiche); l'abbattimento di vistosi abusi, dall'Hotel Fuenti alle villette costruite nella pineta di Eboli. Ma indica anche, con accenti autocritici, la riforma del Titolo V della Costituzione, che ha separato la tutela dei beni, assegnata allo Stato, dalla valorizzazione, attribuita alle Regioni. A questo rilievo molte associazioni di salvaguardia aggiungerebbero il tramonto del disegno di legge che avrebbe snellito l'abbattimento degli edifici abusivi. O l'eccessiva accondiscendenza verso le norme che consentono deroghe alla pianificazione urbanistica. Tutte materie sulle quali, con il memorandum che la Melandri ha messo a punto in questo libro, dovrà cimentarsi chi gestirà le politiche culturali dopo il 9 aprile.
Cultura e beni ambientali il "memorandum" Melandri
L'ex ministro Giovanna Melandri ha pubblicato un libro che critica le politiche culturali del governo degli ultimi cinque anni. Secondo Melandri, queste politiche sono state influenzate dalla religione del privato e hanno portato a danni per la cultura e il patrimonio italiano. Il libro cita due episodi: la riforma del ministero dei Beni culturali, che ha ingrossato la burocrazia romana, e il condono edilizio, che ha permesso l'abbattimento di edifici abusivi senza controllo. Melandri rivendica una strategia più attiva e risorse crescenti per la tutela dei beni culturali e del paesaggio. Il libro anche critica la riforma del Titolo V della Costituzione, che ha separato la tutela dei beni dal loro valorizzazione.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo