La grande mostra allestita al Metropolitan Museum of Art (Velázquez e Manet: il gusto francese per la pittura spagnola, fino al 6 giugno) ripropone il problema dell'utilizzo dell'arte da parte dell'industria culturale in generale. Non c'è dubbio che il Met ospiti un insieme straordinario di opere d'arte di ogni periodo, paese, cultura, stile e scuola. Alcune sezioni e raccolte esercitano giustamente un forte richiamo culturale. Il maestoso complesso architettonico che si erge sulla Quinta Strada ai bordi di Central Park è forse la principale attrazione turistica della Grande Mela e ha un grosso impatto economico oltre che culturale grazie all'effetto combinato delle collezioni permanenti e le mostre speciali, dietro le quali si muovono gli sponsor. A rendere molto ardua l'analisi sia delle esposizioni del Met che del ruolo degli sponsor è il fatto che raramente queste iniziative vengono valutate in maniera critica dalla stampa. I libri, i concerti, la lirica, le mostre d'arte organizzate dalle gallerie private, le ricerche degli studiosi e persino gli interventi chirurgici sono sistematicamente nel mirino dei critici specializzati, mentre nei confronti di una istituzione sacra come il Metropolitan non si può pronunciare che una pletora di elogi. Fino a questo momento la mostra su Velázquez e Manet ha conquistato le solite folle e i soliti apprezzamenti, mentre a mio avviso lascia tantissimo a desiderare. Come si capisce dal titolo, gli organizzatori hanno fatto di due grandi nomi della storia dell'arte il nucleo centrale dell'allestimento. Oggi nell'industria culturale esiste una cerchia di eletti, come Van Gogh, Vermeer, Picasso (meglio ancora se abbinato a Matisse), il Leonardo disegnatore, capaci di determinare enormi successi di botteghino. Fanno vendere più biglietti di ingresso e più oggettistica, assicurando una eccellente pubblicità sui media. In un sistema in cui l'importanza di tutto si misura dai numeri, ingaggiare una di queste star significa avere il trionfo garantito e raggiungere un effetto collaterale non meno significativo: alimentare l'ego di sponsor e aspiranti tali. Nonostante la lunghezza delle code questa mostra non ha alcuna rilevanza filologica o culturale. L'aspetto più negativo, secondo me, è il sovraffollamento di quadri relativamente poco interessanti. Forse può essere istruttivo sapere che l'operazione fu concepita originalmente per il Musée d'Orsay di Parigi, dove è stata presentata con un sottotitolo diverso: «la maniera spagnola nell'Ottocento». Quasi certamente il cambiamento, insieme alla salutare aggiunta di pittori americani come John Singer Sargent e Whistler che oggi rappresentano il 10 delle opere esposte, è stato introdotto per solleticare il pubblico di Oltreoceano, in barba ad ogni rigore filologico. Al di là del numero tipicamente «americano» di pezzi (226, mentre a Parigi erano bastate la metà) e della discutibile trovata filologica, va detto che l'allestimento è deplorevole. Questa grottesca parata (e la realizzazione multimediale ad essa collegata) è stata sponsorizzata quasi completamente dalla multinazionale Accenture, che vanta fra i propri clienti ben novantadue dei «Global 100» della rivista Fortune, dà lavoro a 75.000 dipendenti e dichiara di aver guadagnato quasi 12 miliardi di dollari l'anno scorso. Accenture appartiene a una specie molto diversa dalla solita banca o la solita multinazionale del tabacco a caccia di benevolenza. Come spiega il bollettino stampa online, «non è casuale che Accenture abbia scelto di sponsorizzare questa importante esposizione. Ai suoi tempi, Manet è stato un innovatore ispirato che ha inaugurato una nuova strada del realismo influenzando i migliori pittori della sua generazione. Oggi Accenture lavora insieme ai protagonisti più innovativi del mondo degli affari per cambiare il modo di lavorare e di vivere degli abitanti del globo». Il regalo è molto meno innocuo di quanto sembra. Accenture ha allestito un complesso sito istituzionale insieme ad un partner tecnologico («alleato strategico») del calibro di Microsoft, e il suo presidente e amministratore delegato Joe Forehand anticipa nel catalogo di ben 608 pagine che l'esibizione on line «intende diventare un modello per future mostre di contenuti multimediali», leggasi nuovi clienti. Ecco il segreto di tanta magnanimità. In passato Accenture aveva sponsorizzato la mostra «I Van Gogh di Van Gogh» alla National Gallery di Washington, ma molti non l'avranno notato perché allora adoperava ancora l'antica ragione sociale: Andersen Consulting. Accenture si è ufficialmente staccata dalla capostipite Andersen Worldwide nell'agosto 2000, ma la società gemella di Andersen Consulting non è altro che Arthur Andersen, consulente della famigerata Enron Corporation. In cambio del milione di dollari elargito alla National Gallery, Andersen Consulting ebbe allora la possibilità di distribuire fra i top manager di Fortune 100 oltre un migliaio di inviti per assistere all'evento più gettonato dell'anno, per il quale i biglietti erano introvabili molto prima dell'inaugurazione. Se la mostra fosse stata di qualità, questo vantaggio sommato alla visibilità su Internet sarebbero stati per molti una contropartita equa. Le attenzioni che il Metropolitan di New York riceve dalle corporation e la capacità del suo staff di spillare donazioni, fanno invidia ai grandi musei del mondo. Henri Loyrette, direttore del Louvre, ha ammesso sconsolato: «Il volume delle sponsorizzazioni che ci arrivano dal mondo delle imprese è troppo piccolo. Il Metropolitan ha cinquanta funzionari che portano a casa sponsor. Noi ne abbiamo soltanto cinque ma vogliamo rafforzare la squadra». Alla fine si ha l'impressione di guardare un cane decisamente brutto e ibrido che si morde la coda. In altri termini, davanti a risultati come la mostra su Velázquez e Manet dobbiamo farci alcune domande. Ad esempio: può il nostro patrimonio culturale sopravvivere in una condizione di subalternità che conduce ad allestire obbrobri così monumentali?
452003 - Manet ferito dallo sponsor
La mostra "Velázquez e Manet: il gusto francese per la pittura spagnola" al Metropolitan Museum of Art è stata criticata per la sua mancanza di rilevanza filologica e culturale. L'allestimento è stato sponsorizzato dalla multinazionale Accenture, che ha introdotto nuovi pittori americani come John Singer Sargent e Whistler, che rappresentano solo il 10 delle opere esposte. La mostra è stata concepita per il Musée d'Orsay di Parigi, dove era originariamente esposta, e ha subito cambiamenti per adattarsi al pubblico americano. Accenture ha anche sponsorizzato la mostra I Van Gogh di Van Gogh alla National Gallery di Washington, utilizzando la sua società gemella Andersen Consulting.
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