I quadri confiscati dai nazisti lasceranno oggi il Belvedere per essere restituiti agli eredi Vienna, migliaia in fila al gelo per l'addio ai Klimt contesi E ora l'Austria teme di perdere altri capolavori Ma sui giornali c'è chi attacca il governo: "Non ha imparato nulla dal suo passato" I visitatori cercano di fare gh'indifferenti "Celi portino pure via, vivremo anche senza" VIENNA Arrivano dal Danubio alla spicciolata, intabarrati, con faccia di circostanza, per vederla l'ultima volta. Per lei fanno la fila nel vento del Nord, come i russi nella Piazza Rossa, davanti a una pinacotecail Belvederefredda come il mausoleo di Lenin. Entrano, consegnano i cappotti a uscieri impettiti, simili a maggiordomi, salgono gli scaloni settecenteschi come per una visita di condoglianza. Nei saloni, sentì soltanto il loro scalpiccio sul parquet. Formali, rigidi nei loden grigi orlati di verde. Austriaci. In una domenica polare, pallida, da guerra fredda, i viennesi vanno a dire addio a madame Adele Bloch-Bauer, al quel corpo bianco incastonato nell'oro che assieme ad altri quattro capolavori di Gustav Klimt se ne va dalla sua città per essere restituito ai proprietari ebrei settant'anni dopo la razzia hitleriana. Ieri era l'ultimo giorno per vedere i suoi occhi ardenti, i capelli bruni sul famoso collo esangue da vampi-ra. Oggi verranno gli uomini dei traslochi a portarsela via, becchini di un funerale di prima classe. Lei guarda ancora la folla dall'alto, beffarda, indifferente, bocca semiaperta, mani annodate ad artiglio. Accanto, altri capolavori viennesi di Klimt: il "Bacio", famosissima icona di un uomo in tunica che avviluppa una giovane; e la lugubre "Giuditta" con la testa mozza di Giovanni! Ma quei quadri nessuno li guarda. La gente sa che, tanto, rimangono. La pallida Adele, invece, va e non torna. Con lei la città imperiale perde un pezzo d'anima. In fondo quel corpo altero, un po' mortuario, era la Vienna del mito, degli ultimi walzer. «Una perdita inestimabile» sparava a tutta pagina il lettissimo "Kronen Zeitung", megafono dell'Austria profonda, quella che vive la storia come un'appropriazione indebita, una ferita all'identità e agli interessi del Paese. Una vicenda spinosa, qui tutti la sanno a memoria. Gli eredi una volta riconosciuto il diritto alla restituzione avrebbero voluto rivendere i cinque dipinti allo Stato, ma la cifra era troppo alta e il governo ha lasciato perdere, sperando nei giudici. E i giudici, a sorpresa, hanno votato contro. Così, oggi, il Palazzo se la vuoi togliere dai piedi in fretta. Poteva restare ancora qualche settimana, fino a maggio, ma si è deciso di chiudere la partita subito, con puntiglio burocratico. In fondo, quel quadro era li solo a ricordare una brutta figura. Il governo non aveva perso solo i quadri, ma anche la causa legale, e soprattutto la faccia. E allora meglio levarsela di torno, la bella Adele BlochBauer. Anche per dire ai proprietari che non si montassero la testa. Non pensassero che Vienna ci faceva una malattia. Ora è tutta l'Austria che fa buon viso a cattivo gioco. «Das ist zu-viel», sono troppi soldi, il prezzo è «verrueckt», demenziale, si consolano due anziane in coda nella tramontana con inverosimili cappelli piumati. «Mai con le nostre tasse», dicono altri intabarrati, come se il popolo dovesse giustamente difendersi dall'avidità altrui. «Sarà anche costosa concederà uno di loro, una volta giunto davanti al quadro ma è talmente bella che il prezzo è giusto». Ecco, tutto si riduce a una fredda questione di prezzo. I viennesi sono maestri nel minimizzare. Cosi si parla del quanto e poco del come. La questione morale è in ombra. Il sequestro di immense collezioni, "arianizzate" da Hitler nel '38, è una cosa di cui quasi non si parla. Butto un'esca: «In fondo è giusto ridarla ai proprietari». Ma nessuno abbocca. «Ce la portino pure via» risponde un giovane, «vivremo bene anche senza». Non dice: «Gliela avevamo portata via». Quei quadri, insomma, erano «cosa nostra». "Noi" e "loro": tutta la storia è allusivamente imperniata su questo dualismo. Noi, gli austriaci. Loro, mai nominati, gli ebrei. Come se non fossero stati austriaci pure quelli. «II ministro della cultura, signora Elisabeth Gehrer, non ha mai detto che questa restituzione è giusta. Si è limitata a spedire un e-mail ai proprietari per dire che accettava la decisione dei giudici» scrive Thomas Trenkier sullo "Standard". «Questa è una dimostrazione di poca sensibilità. L'Austria non ha imparato molto dal suo passato nazista. In fondo, se non ci fosse stata una pressione internazionale e una battaglia legale, non sarebbe successo nulla». Un vittimismo educato ma implacabile, costruito su precise rimozioni. Non si dice che fino al 1998 data il cui la restituzione dei beni arianizzati è diventata normala legge che ha impedi-to l'uscita dal Paese di queste opere d'arte era la stessa che ha consentito a Hitler di espropriarle. L'ufficio nazionale della Soprintendenza che ha gestito l'operazione e catalogato i beni, ricorda Birgit Schwarz della "Frankfurter Allgemeine", è lo stesso del 1938, in perfetta continuità giuridica e di personale amministrativo. Non si dice, anche, che l'Austria è piena di beni culturali perché Hitler, da buon austriaco, fece di tutto per conservare al Paese le opere d'arte requisite, al punto da impedirne il trasferimento in Germania, nonostante l'unità del Reich. Era personalmente lui a decidere così a Berlino, spesso contro il volere di Goering, grasso razziatore matricolato. Molti dei capolavori furono acquistati proprio da lui, il patriota Adolf, solo per essere, definitivamente sistemati in terna austriaca, nella sua collezione privata di Linz. Non ci sono i soldi per riacquistare quei quadri, allarga oggi le braccia il ministro della cultura, signora Gehrer, accampando virtuosamente doveri sparagnini. Il premier Schuessel tace, il Governo sa che il caso Bloch-Bauerpuò dare la stura a un'ondata di rivendicazioni anche da altre potenti famiglie ebree fuggite negli Usa in era nazista, per esempio i Bondy e i Rothschild. Vienna è sommersa di richieste di restituzione, meno se ne parla è meglio è. Anche per questo vuole liquidare la vicenda più in fretta possibile. Intanto, a mettere in ombra la figuracela del governo, è arrivato il rocambolesco ritrovamento in un bosco della Bassa Austria della saliera d'oro di Benvenuto Cellini, rubata tre anni fa dal Museo di storia dell'arte. Un " coup de théatre" a orologeria: col ladro che viene acciuffato, e la Gehrer che si fa fotografare in trionfo, con in braccio la nuova, sfolgorante vedette dei media: la Saliera, che ha invaso i siti di mezza Austria, e alla quale già si dedicano menù rinascimentali, contorte, schnitzel e persino gelati "alla Saliera". E Cellini che sbatte Klimt in ultima pagina, proprio quando la storia entra nel clou. «Klimt, l'ultima occasione», titola il "Kurier". Ma la Capitale è andata a sciare, tutto è chiuso per ferie. A Vienna son rimasti solo gli immigrati turchi, il popolino, qualche originale, i vecchi, drappelli di turisti italiani sparsi nei viali del Ring. Una Vienna da "II Terzo Uomo", col Danubio che fuma sotto i ponti, il torrente Wien ridotto a una banchisa dove pattinano corvi grossi come galline, il palazzo di Franz Josef che pare l'Ermitage di San Pietroburgo. E l'ultimo saluto al Belvedere che diventa un requiem di Mozart.