Alle prime anticipazioni del libro "Cultura paesaggio turismo" (Gremese editore) i più maliziosi hanno detto: Giovanna Meandri vuole tornare al ministero per i Beni e le attività culturali. E la prefazione di Romano Prodi sembra esserne il suggello. Glielo diciamo e lei storce la bocca: "No, non ho scritto il programma per il futuro ministero dei Beni culturali perché il New Deal della bellezza non può essere affidato ad un singolo ministero. È piuttosto una piattaforma programmatica complessiva per il presidente del Consiglio, per il ministro dell'Economia, delle Comunicazioni, dell'Industria, delle Infrastrutture, dell'Ambiente, dell'Agricoltura e poi, sì, anche dei Beni culturali". Vuole rubare il posto a Prodi? Non scherziamo per carità. Ma la proposta è indirizzata proprio al futuro presidente del Consiglio perché ne voglia fare una scelta complessiva per il prossimo governo. Stiamo all'oggi. Lei definisce la gestione Urbani-Buttiglione quella degli "Attila". Non è andata un po' sopra le righe? Come definire altrimenti il blocco dei cantieri più importanti? I tagli continui all'archeologia, alle arti contemporanee, al Fondo unico per lo spettacolo, il tentativo di svendita del patrimonio pubblico, il condono che ha stravolto il nostro paesaggio e le coste? Urbani, il giorno del suo insediamento, si è trovato sul tavolo 200 progetti. Qualcuno può dirmi almeno un progetto pensato e finanziato da questo governo? Nemmeno nelle regioni governate da loro. L'unica cosa decente che hanno fatto è stata la creazione della Fondazione per il museo egizio di Torino. L'intuizione fu nostra, ma Urbani l'ha realizzata. Vogliamo provare a partire per un gran tour dell'Italia dei progetti bloccati? Partiamo da Milano: qui i due grandi progetti erano l'ampliamento della Galleria di Brera una prima tranche di risorse era stata stanziata e la grande biblioteca europea. Risultato: tutto fermo e ritardo previsto per Brera un anno. Prendiamo l'autostrada e arriviamo a Venezia dove avevamo pensato alla risistemazione e ai nuovi spazi per la galleria dell'Accademia. Ritardo previsto un anno e mezzo: Da Est a Ovest, fino a Genova: l'Hotel Columbia è stato acquistato con i soldi del Lotto per poter essere trasformato in biblioteca universitaria. Il progetto è fermo. Cominciamo a scendere? Firenze: qui siamo al paradosso e non solo per i ritardi. Negli anni passati era stato fatto un concorso internazionale per la realizzazione della nuova entrata degli Uffizi su Piazza Castellani vinto da Isozachi, uno dei più grandi architetti viventi. Ma siccome il progetto non piaceva a Sgarbi e ad Urbani il concorso è stato annullato. Sono stati buttati un sacco di soldi pubblici e l'immagine dell'Italia, a livello mondiale, è stata fortemente danneggiata. Per Emilia, Umbria e Marche i progetti erano tanti, ma quelle sono regioni rosse Parlo solo di Urbino: una parte delle risorse del Lotto erano già state destinate al Museo nazionale, una perla rara nell'Italia centrale: tutto fermo. Arriviamo nella capitale. Dopo le tante polemiche sui fondi per Roma qualcosa si è mosso? Quella del Maxxi, il Museo delle arti del XXI secolo progettato da Zaha Hadid, è una storia paradigmatica di questi ultimo cinque anni di politiche per i beni culturali: nuovi cantieri, nuovi progetti o nuove iniziative del governo di centrodestra sono stati uguale a zero, mentre cantieri, progetti e iniziative che erano cominciati durante il governo dell'Ulivo sono tutti fermi, paralizzati o in forte ritardo. L'inaugurazione del Maxxi è slittata al 2007 ma la cosa più grave è che se non si stanziano subito nuove risorse che permettano la continuità del cantiere si rischia di perdere gran parte del lavoro fatto: i materiali utilizzati per la costruzione non ammettono infatti degli stop. Pena il deperimento dell'opera. Ad oggi non mi risulta che si stia lavorando sulla concessione delle risorse. C'è poi il caso del Museo dell'Audiovisivo, a cui avevamo trovato la sede nel Colosseo quadrato dell'Eur: non è neppure stato fatto il progetto esecutivo. Poi bisogna parlare della Domus Aurea. Quando nelle scorse settimane è stata chiusa al pubblico io ho letteralmente pianto. Noi avevamo fatto una grande fatica per decidere di sottrarre all'oblio questo luogo incredibile. Sapevamo che una gran parte della villa neroniana andava ancora scavata, così come era noto che servivano risorse per la sua manutenzione. Hanno avuto cinque anni, ma sono solo riusciti a azzerare le risorse per l'archeologia. A Sud che accade? Caserta: c'era il grande progetto elaborato da Cesare De Seta per costruire nella Reggia uno spazio mussale per la contemporaneità e unire così uno straordinario bene del passato a una struttura per l'esposizione, la produzione di arte contemporanea e la formazione, attraverso una scuola, di nuove generazioni di artisti. Risultato? Nulla di fatto. Ancora più a Sud: Bari. Oltre al restauro del teatro Margherita c'era il progetto di recupero del Frigorifero: uno spazio meraviglioso che era la vecchia area di stoccaggio del pesce e che s voleva recuperare attraverso una biblioteca mediatica che sarebbe divenuta un polo d'attrazione e di produzione culturale della città. Non pervenuto. E in Sicilia? Lì il ministero per i Beni e le attività culturali non ha competenza: è una regione a Statuto speciale. Il ministero si ferma al di qua dello Stretto e questa è una grandissima sciocchezza: io sono assolutamente convinta dell'esigenza di un indirizzo nazionale sul piano delle politiche culturali, naturalmente attraverso un partenariato con le regioni e gli enti locali. Melandri centralista? Sì, in questo sono centralista. La riforma che avevamo concepito, e che poi è stata stravolta in questi anni, riduceva e alleggeriva moltissimo la testa centrale del ministero e rafforzava le sue strutture periferiche attraverso le soprintendenze regionali. Ma quelle, anche se decentrate, erano ancora le "sue" strutture. E questo era compatibile anche con la riforma del titolo V della Costituzione. Eppure lei contesta anche questo. Perché si scaglia contro la separazione fra valorizzazione (alle Regioni) e tutela (allo Stato) introdotta dal federalismo targato Ulivo? Io contesto la distinzione rigida perché tutela e valorizzazione dei beni culturali sono due facce della stessa medaglia. Parliamo di due Spa che hanno tanto a che fare con i beni culturali: Patrimonio Spa, la creatura di Tremonti per vendere i gioielli italiani e Arcus. Risultati? Patrimonio Spa e tutta la politica delle alienazioni compresa la scandalosa norma del silenzio-assenso per cui passati un tot di giorni se la soprintendenza non dice di no un bene può essere messo in vendita anche grazie all'opposizione parlamentare, ai soprintendenti, alle associazioni alla fine hanno sortito un effetto meno pesante di quello temuto. Per cinque anno abbiamo dovuto litigare ogni giorno per affermare un concetto di una semplicità estrema: il patrimonio culturale non può essere svenduto. Quell'operazione era scellerata da un punto di vista culturale, ma anche fallimentare da un punto di vista mercantile: i privati che comprano sul mercato il patrimonio non ci sono. E Arcus invece che cos'è? Uno scandalo. Arcus è il salvadanaio speciale del ministro. Fuori da ogni logica di programmazione, di priorità, di verifica dei tempi e con una totale arbitrarietà della sfera politica vengono scelti i soggetti che beneficeranno delle risorse, risorse che arrivano anche dai fondi del Lotto. Quella che si è distorta in questi ultimi anni è l'idea di programmazione dell'investimento pubblico. Nella gestione Veltroni-Meandri ha funzionato molto il fatto che, sentite le soprintendenze, stilate le graduatorie delle utenze, si attribuivano le risorse del Lotto. Se entro sei mesi i progetti esecutivi non partivano quei fondi venivano spostati su altre priorità e altre soprintendenze. Urbani ha voluto costruire un binario parallelo, fuori dalla programmazione, totalmente arbitrario. Chi dirige Arcus? Di volta in volta l'uomo del ministro. Urbani aveva messo il suo ex capo di gabinetto Mario Ciaccia, che però è stato sostituito quando è arrivato Bottiglione. Arcus è uno strumento ad personam del ministro, se torniamo al governo dovremo fare in modo di sciogliere la società e tornare alla logica della programmazione delle risorse e non dei finanziamenti a pioggia. E ora spettacolo. È proprio certa che se in questi anni il paese fosse stato governato dal centrosinistra il Fus (Fondo unico per lo spettacolo) non sarebbe stato tagliato? Negli anni dell'Ulivo il Fus è progressivamente aumentato passando da 910 miliardi di lire a 516 milioni di euro nel 2001. Di taglio in taglio nel 2006 si è scesi a 377 milioni di euro. Noi, è vero, non siamo riusciti a portare a termine le leggi di settore, ma in quegli anni nello spettacolo abbiamo raggiunto la piena occupazione. Grazie ad alcune misure importanti come l'obbligo per Rai e Mediaste di produrre un certo numero di fiction europee, la liberalizzazione delle sale cinematografiche, il restauro di grandi teatri si era creato un circuito virtuoso. Oggi il mondo dello spettacolo è in ginocchio. Chi pagherà il New Deal della bellezza? Ci vogliono risorse pubbliche e la collaborazione di privati, ai quali bisognerà poi concedere vantaggi fiscali. Ma non escluderei nuove forme di prelievo per finanziare la cultura. Una nuova tassa? I nostri cellulari si stanno già riempiendo di contenuti audiovisivi fiction, videomusicali, film , immaginare che su ogni telefonata effettuata 1 centesimo o 0,5 centesimi vadano a finanziare la cultura mi pare un'idea praticabile. La telefonia mobile finanzierebbe in anticipo ciò che poi verrà introdotto sul telefonino stesso. Un'altra proposta è quella di un'imposta sulla pubblicità televisiva a carico delle emittenti nazionali con un'aliquota tra l'1 e l'1,5 per cento da destinare al cinema. Quella piccola tassa sulle telefonate la pagherà la compagnia telefonica o l'utente? E perché dovrebbe pagarla l'utente? Interessa al sistema delle telecomunicazioni italiane che ci ciano produttori di contenuti di qualità? Non si diventa leader mondiali nell'industria dei contenuti se ammazzi l'industria cinematografica, se non sostieni quella audiovisiva, se la produzione lirico-sinfonica non ha più un euro per produrre una stagione. Un intero capitolo del libro è dedicato al turismo. Non teme che qualcuno a sinistra si infastidisca del fatto che lei mette in relazione bellezza e affari? Smettiamo di fare gli schizzinosi. La sinistra ha sempre snobbato il tema del turismo, forse perché nascendo dal movimento operaio ha considerato questo settore meno strategico per la crescita. Dobbiamo ora sviluppare un circuito dell'accoglienza e della qualità che non significa solo hotel a cinque stelle, perché la qualità sta anche in un campeggio o in un ostello ben fatti. Basta fare spallucce quando parliamo di turismo. Di fondo c'è l'idea che siccome il patrimonio c'è ed è meraviglioso i turisti vengono comunque. A furia di pensare così siamo scesi al quinto posto nella classifica delle mete turistiche mondiali. Bastano un po' di gentilezza in più per dare nuova spinta al turismo? È necessaria ma non sufficiente. Servono infrastrutture moderne, più scali aeroportuali low cost, treni che funzionano, porti moderni e autostrade efficienti. Un intero programma di governo Gli alberghetti a gestione familiare, che hanno fatto il successo del turismo di massa, oggi rappresentano un freno alla crescita del settore: non sono in grado di fare politiche di aggressione dei mercati globali. Dovremo dire addio alla pensione Maria? Il nanismo della nostra offerta alberghiera può essere superato attraverso politiche di settore che aiutino a rendere adeguato ai livelli internazionali lo standard qualità7prezzo. Certo qualche grande catena bisognerà svilupparla, ma soprattutto va superato il nanismo del tour operator. Noi non abbiamo degli operatori in grado di vendere il "prodotto Italia" fuori dai confini nazionali con l'adeguata forza. E serve una governance pubblica con forti politiche di indirizzo. Vuole tornare al ministero del Turismo cancellando l'esito di un referendum? Il ministero dell'Agricoltura è stato rifatto, e si è pure tornati al proporzionale. E poi sarebbe un ministero diverso perché non è che si può tornare indietro dal fatto che sono gli enti locali ad avere la competenza esclusiva. Anch'io che sono statalista non lo metto in discussione. È necessario però che ci sia una funzione di indirizzo strategico generale per la promozione. Un'altra soluzione è la creazione del grande Ministero Beni Culturali, paesaggistici e turismo: il problema non è nella forma ma nella sostanza.