L'ANTICIPAZIONE. Un volume dell'ex ministro dei Beni Culturali sul nostro patrimonio presenta le proposte perché le politiche culturali diventino il detonatore di un nuovo ciclo di sviluppo Non possiamo permettere che l'Italia continui a sprecare una delle sue risorse migliori: la sua bellezza, la sua cultura, i suoi paesaggi unici. Sono risorse strategiche, non delocalizzabili nel mercato globale, che né la Cina né l'India possono sottrarci e su cui abbiamo interesse a investire. Per creare nuova ricchezza. Ricchezza civile e sociale innanzitutto. Ma non solo. Sono molte le ricadute in termini di nuove industrie e nuovi servizi che possono crescere attorno a un New Deal della bellezza italiana. E che possono, di conseguenza, far crescere l'occupazione e con essa l'economia. Tutto il sistema produttivo, territoriale, urbano è coinvolto in questa sfida, una sfida attorno alla quale chiamare a raccolta imprenditori e forze del lavoro, amministratori e consumatori, singoli cittadini e uomini della cultura e delle professioni. Insomma, un grande obiettivo per l'Italia. L'Italia è un paese strano. Volendo fare una brevissima storia del modo in cui dalla nascita dello Stato unitario ad oggi gli italiani hanno trattato l'Italia, il suo territorio, la sua cultura e la sua bellezza, potremmo sintetizzarla con una parola: male. Per anni questo Paese è rimasto seduto inerte sul suo patrimonio culturale e paesaggistico oscillando tra condoni edilizi, disimpegno nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e scarsa attenzione e sostegno ai talenti contemporanei in tutti i campi dell'arte e della produzione culturale. Sono stati anni davvero orribili gli ultimi cinque per la cultura italiana. Le conseguenze dell'atteggiamento predatorio e mercantile che ha aleggiato sulle politiche culturali messe in campo dal governo Berlusconi sono note: patrimonio dello Stato costantemente posto a rischio di svendita, normativa di tutela pesantemente indebolita, bilanci tagliati, attività di spettacolo a rischio paralisi e più complessivamente lancette che sembrano essere tornate indietro al poco glorioso tempo in cui i musei italiani chiudevano, come le poste, alle 14, lasciando dietro le loro porte centinaia di migliaia di visitatori italiani e stranieri, incapaci di credere che un Paese con un patrimonio storico-artistico e culturale così ricco potesse trattarlo con tanta incuria e sciatteria. Molti Paesi in Europa hanno capito da tempo che nell'economia postindustriale la cultura, se adeguatamente tutelata e promossa, può diventare una delle molle dello sviluppo e un fattore dì crescita e di rafforzamento della coesione sociale. Da noi, invece, il Governo di centrodestra tratta le risorse destinate alla cultura come gli sprechi e le taglia come se fossero auto blu. Senza capire che dove c'è più cultura e istruzione vi sono anche maggiore innovazione, coesione sociale, tolleranza, capacità creativa e, in definitiva, più adattamento alla competiziorie globale. Quello che cerco sommessamente di proporre in queste pagine è un vero e proprio New Deal della bellezza italiana, un progetto finalizzato all'investimento in termini strategici sulla cultura e sulla bellezza del nostro Paese, capace di mettere in rete la miriade di esperienze positive già disseminate nel territorio e di valorizzare tutte le risorse della cultura e del sapere anche con il mondo dell'impresa e dell'innovazione. E, infine, fi far cresecere una diffusa domanda di cultura. Altri lo hanno chiamato «patriottismo gentile», accentuandone soprattutto il valore sociale di rafforzamento della coesione attraverso la valorizzazione delle nostre radici comuni. Personalmente preferisco parlare di New Deal anche evocando lo sforzo complessivo di una nazione per reinventare se stessa. Uno sforzo che va compiuto nel quadro più generale della strada tracciata a Lisbona per il passaggio dell'Europa verso un'economia prevalentemente immateriale e qualitativa. Per fare questo occorre superare una serie di luoghi comuni e di storiche pigrizie di segni diversi. L'idea un po' elitaria che il patrimonio culturale e la bellezza di un Paese si preservano se si sottraggono al «consumo» e all'«usura» delle masse e si proteggono in una teca di cristallo, oppure l'idea opposta e mercantile che il patrimonio culturale debba essere offerto all'incasso di un Paese a rischio di bancarotta. Come già ho avuto occasione di dire, la sfida che dovremmo cogliere, invece, è quella di percorrere una via «alta» di crescita e sviluppo per l'Italia che, nella società della cultura e della conoscenza, deve saper essere inclusiva ed estendere il diritto alla cultura e all'accesso ad essa e, contemporaneamente, deve fare di questo settore un perno per la ricerca del posto dell'Italia nei mercati globali. Insomma, le politiche culturali intese come politiche insieme sociali e industriali, come un pezzo irrinunciabile della struttura del Welfare delle società moderne e come parte del nucleo delle politiche per la crescita competitiva del Paese. Politiche per l'estensione di un diritto di cittadinanza dai tratti nuovi nell'era digitale, il diritto alla cultura appunto, e per la promozione di imprese, industrie e servizi che corrispondano a questa nuova domanda. Il paesaggio, l'ambiente, il patrimonio e la produzione culturale costituiscono un immenso valore in grado di sviluppare una filiera produttiva che può garantirne la tutela, favorirne la fruizione e creare nuove imprese e nuova buona occupazione. Oltre che nella riqualificazione dei sistemi urbani e territoriali, nei settori del restauro, della multi-medialità, dell'audiovisivo, dello spettacolo, dell'informatica, dell'editoria e dell'accoglienza di quei milioni di visitatori che ogni anno continuano a dimostrare il loro interesse per il nostro Paese. Vi è nel mondo e in Italia un'enorme domanda collettiva di cultura in generale e di cultura italiana in particolare. La domanda c'è, il patrimonio pure, dobbiamo solo deciderci a far diventare tutto ciò il detonatore di un nuovo ciclo di sviluppo. E riconoscere che la cultura è oggi materia prima della catena del valore. IL LIBRO Esce oggi in libreria "Cultura Paesaggio Turismo. Politiche per un New Deal della bellezza italiana" di Giovanna Melandri (Gremese, pp. 155, euro 10), del quale anticipiamo un brano in questa pagina. Il libro, con una prefazione di Romano Prodi al quale il libro è espressamente rivolto in qualità di leader della coalizione di centrosinistra, nasce dalla convinzione che le politiche per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico-artistico e del paesaggio e le politiche di promozione delle attività culturali e di spettacolo, connesse con la promozione di un turismo di qualità, debbano essere considerate e trattate a tutti gli effetti come un asse portante per lo sviluppo del nostro Paese e, allo stesso tempo, come uno dei capitoli essenziali di un welfare moderno che riconosca tra i diritti di cittadinanza anche il diritto alla cultura. Martedì prossimo, 7 febbraio, discuteranno intorno ai temi del libro, Giovanna Melandri, Walter Veltroni, Luca Cordero di Montezemolo e Ermete Realacci, moderati da Giovanni Valentini. L'appuntamento è alle ore 17,30, alla Sala della Protomoteca del Campidoglio a Roma.
l'Unità
3 Febbraio 2006
L'Italia ha bisogno di un New Deal della bellezza
GI
Giovanna Melandri
l'Unità
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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Lanciamo l'allarme beni culturali
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