Mille metri quadrati da allestire per Dante Ferretti senza tradire la "storia sabauda" del museo ma in grado di ospitare in modo nuovo un patrimonio eccezionale, unico al mondo, fino a ora depositato in sale dai muri scrostati e dalle luci sbagliate Lo scenografo Dante Ferretti, Oscar per l'Aviatore, ha reinventato l'austero Museo TORINO Le statue millenarie emergono da un ambiente semioscuro, illuminate dall'alto e dal basso, riflesse e moltiplicate in un rimando di specchi. Sembra di entrare in un caleidoscopio quando si varca la soglia del nuovo Statuario del Museo Egizio firmato da Dante Ferretti, che si inaugura oggi, a una settimana dalle Olimpiadi. Un anno fa lo scenografo sei volte candidato all'Oscar, vincitore nell'ultima edizione per "The Aviator" di Martin Scorsese, ha ricevuto dal presidente della Fondazione Antichità Egizie, Alain Elkann, l'incarico di valorizzare un patrimonio di sculture unico al mondo, per troppi anni trascurato, depositato in due sale dai muri scrostati, con scarne didascalie e una luce sbagliata. Mille metri quadrati da rendere attraenti senza venire meno allo spirito del museo, alla sua storia "sabauda". Proprio dalla luce, e dagli specchi, è partito Ferretti per un allestimento che si intitola "Riflessi di pietra" : nelle sale con soffitti ribassati epareti di un rosso bruno ogni statuariceve luce davari punti e viene replicatain su-perfici specchianti scure. Grazie all'uso di "sagomatori", sono solo loro a risaltare: Ramesse II, il faraone più famoso, e la Sfinge del Nuovo Regno, il re Amenofi II e Sekhmet, la dea con la testa di leone, la dea Hathor dalle corna bovine e il dio Ptah avvolto come una mummia. Le speciali luci mettono in risalto ogni particolare: dalla conformazione del granito rosa della scultura che raffigura Ramesse con il dio Amon e la dea Mut ai geroglifici incisi sul sarcofago di Gemenefherbak, alle didascalie incise sulla pietra che rimandano all'anno del ritrovamento delle opere da parte di Bernardino Drovetti, il "padre" del museo. Completa l'allestimento, finanziato con 900mila euro dalla Compagnia di San Paolo, una colonna musicale in cui Walter Prati ha unito i suoni antichi del Nilo, della tempesta e del vento e le voci dei suk. UNA COLLEZIONE LUNGA 180 ANNI Si deve a Carlo Felice la nascita del Museo Egizio. Nel 1824 il sovrano sabaudo acquistò la collezione che il torinese Bernardino Drovetti costituì durante gli anni di permanenza in Egitto, prima al servizio di Napoleone, poi occupato in varie attività, tra queste l'archeologia. CALEIDOSCOPIO Varcando la soglia del nuovo museo egizio, sembra di entrare in un caleidoscopio. TORINO«Ho voluto tirarefuo-riilmistero, restituirlo alpubblico di oggi. E valorizzare le statue, renderle protagoniste, isolandole dal resto attraverso la luce e gli specchi». Dante Ferretti si aggira sorridente tra le sale del Museo Egizio, in quello che ormai viene definito il "suo" Statuario. Dante Ferretti, dal set al museo: come si è trovato? «Era la prima volta per me in un museo, mi sono trovato bene. Come nelle altre occasioni, come per il cinema, mi sono immerso in quel mondo lontano, ho finto di viverci, non volendo capire ma piuttosto interpretare. Sono partito dal contenitore, un ambiente prestigioso, un anno fa un po' grigio, con i rumori del traffico in sottofondo, i riflettori al neon, una parte delle statue lasciate in controluce. Ma queste opere per vivere hanno bisogno della luce, che nel contrasto con le ombre mette in risalto i volumi. Attraverso la luce ho cercato di catturare l'interesse nei confronti dei reperti. Non esiste solo l'oggetto bello da ammirare, bisogna anche sentirlo, provareemozioni.Ein un ambiente del genere, tra i sarcofaghi e le antiche divinità, si va allari cerca di un mondo scomparso, delle origini. Ci vuole una giusta atmosfera». Ha definito l'allestimento "viaggio nell'infinito". È stato proprio così? «In un certo senso sì e per questo ho giocato con i rimandi tra gli specchi. In realtà oggi lo definirei piuttosto un viaggio nel mistero. Sono stato più volte in Egitto, come semplice turista: maogni volta provavo una sorta di turbamento, sarà anche perché soffro un po' di claustrofobia, facevo fatica a entrare nelle piramidi, nelle tombe. Adesso, dopo questo lavoro, è come se fossi andato dallo psicanalista: mi sono avvicinato di più alla mia parte onirica e devo dire che per uno che ha fatto sei film con Fellini non è male. Diciamo che da un po' di tempo a questa parte mi sveglio più tranquillo».