MILANO Gli uffici dove si decide il bello, dove si controlla che le nostre piazze e i nostri monumenti non vengano deturpati, sono stipati in un triste e brutto angolo del pur centralissimo corso Magenta. Ancora più incredibile è l'attuale sistemazione della Direzione regionale per i Beni culturali e per il Paesaggio della Lombardia se si pensa al luogo che la ospita, nientemeno che il cinquecentesco Palazzo Litta, uno degli edifici più rappresentativi di Milano. Ma non sarà così per sempre. L'attuale direttore regionale, l'architetto Carla Di Francesco, punta ad accorpare nel nobile palazzo la gran parte delle soprintendenze: dall'Archivistica (già in sede), ai Beni architettonici (oggi in Palazzo Reale), dai Beni artistici e storici di Brera alla stessa Direzione regionale. Si tratta di un'operazione complessa, che - a farla breve - prende le mosse dal contenzioso scoppiato nel '95 tra il Demanio e le Ferrovie dello Stato, che occupavano Palazzo Litta. Quando nel 2001-2002 fu raggiunto un accordo (alle Ferrovie sarebbe rimasto in uso l'appartamento nobile, e tutto il resto sarebbe rimasto nella disponibilità statale), si rischiò che l'edificio fosse concesso in uso ai privati, attraverso un progetto cosiddetto di valorizzazione. Carla Di Francesco si oppose fermamente, anche in seno alla Conferenza dei servizi convocata in Comune, a questa «smania di far soldi». Si giunse infine a una soluzione concordata: pur rimanendo vincolati, i corpi di recente costruzione - tra cui, appunto, l'attuale sede della Direzione regionale - verranno venduti a privati attraverso la Fintecna, società ministeriale, mentre il resto (più di 10 mila metri quadrati) saranno a disposizione per il progetto di unificazione logistica delle soprintendenze, oggi costrette in spazi angusti e spesso indecorosi. Gli uffici dei Beni architettonici, per esempio, vedono i loro archivi smembrati tra lo stesso Palazzo Litta e, addirittura, la lontana Certosa di Pavia. «Le soprintendenze - spiega la Di Francesco -, in particolare quelle di Brera e dei Beni architettonici, conservano negli archivi la storia degli ultimi cento anni del loro territorio: otto province, Milano compresa. In più, le soprintendenze dispongono ovviamente di proprie biblioteche, assai richieste e utilizzate da studenti, tecnici e ricercatori. Ma i servizi non sono adeguati, e il loro accesso rimane pertanto limitato». Ci vorranno almeno 5 anni per realizzare il progetto di accorpamento in Palazzo Litta, Carla Di Francesco ne è consapevole: «Si sono persi tre anni nelle prime incertezze sulla destinazione dell'edificio. Ora, almeno, si sa che cosa farne. Ci vorrà ancora un anno per stendere un progetto vero e proprio, ma il primo nucleo di uffici potremo già averlo entro i prossimi tre anni. Questo è un piano che investe sul futuro». Pensando al presente, si può domandare all'architetto Di Francesco, a Milano dal luglio 2000, cos'abbia trovato e come si sia trovata in questi 5 anni e mezzo. «Ho trovato tante nicchie e realtà culturali, l'una diversa dall'altra. Il Museo Poldi Pezzoli, per esempio, fa onore alla città: è la tradizione privata del collezionismo, museo di altissima qualità e quantità. La Triennale, poi, è unica. E il Museo nazionale della Scienza ha fatto passi da gigante nel continuo miglioramento delle sue collezioni stabili. Poi, però, non si riesce a superare concetti di uso della città che ne distorcono l'immagine e la provincializzano». Un esempio anche qui? «Piazza del Duomo. Non devono dire che il soprintendente ha detto no: dev'essere la città a maturare un'idea sul proprio modo di vivere e di presentarsi. La provincialità di Milano sta nel tatto che tutto debba svolgersi in piazza del Duomo. Qui, certo, gli eventi di importanza civica, ma gli altri possono benissimo spargersi altrove». Ci sono pur sempre i "no" della soprintendenza... «È un metodo sbagliato. Ci sono scelte che gli stessi organismi istituzionali devono saper fare. Se un certo evento culturale temporaneo va bene o non va bene in piazza del Duomo, dev'essere dunque la stessa città a deciderlo. E non tutte le proposte devono essere esaminate guardando al guadagno». Non ha visto granché di buono, allora? «In questi cinque anni non ho visto migliorare nulla. Peggiorare, anzi: con tutti questi interventi parziali. Ci vorrebbe una sorta di autorità per la manutenzione e il decoro, e dovrebbe passare il principio per cui i lavori vanno non soltanto affidati ma anche controllati nella qualità».