Irrisolto il nodo delle periferie, fermo il water front - QUARTIERI - Fuori dal centro c'è una corona di aree popolari invivibili che assediano la città - LA NOTTE - Spontaneismo e anarchia alimentano un'esuberante e famosa «movida» notturna Mariano Maugeri La città dove il nuovo non nasce mai e il vecchio non muore mai ama svelare prima di tutto la sua seducente natura, un vulcano che troneggia da quota tremila e poi plana su una distesa di agrumeti perennemente macchiati di arancione e di giallo. Un saliscendi, quasi un precipizio da temperature alpine a miti paesaggi mediterranei inghiottiti là dove tutto inizia e muore, il mare viola, lo Jonio, venerato dai greci come una divinità. Il precipizio, come il labirinto, è un concetto filosofico che i catanesi frequentano con assiduità, oscillando, scriveva Sciascia, «tra le componenti della loro polimorfa natura che ogni giorno li mette di fronte all'impossibilità di vivere nello stesso tempo tutti i suoi personaggi». Un motivo sufficiente per dipanare la trama della catanesità sulle tracce di personaggi e luoghi, tanto le due cose sono speculari, come se la roccia lavica avesse assorbito una realtà «caotica, imprevedibile e folle che mai è riuscita a costituirsi in società». Non si deve neppure eccedere in curiosità per ritrovarsi nella prima casella del labirinto, il quartiere popolare di Librino, che vigila con i suoi grattacieli usciti dalla matita fin troppo immaginifica di Kenzo Tange. Da lassù si domina l'aeroporto di Catania Fontanarossa, con i lavori infiniti per la costruzione della nuova aerostazione e gli ascari del movimento per l'autonomia di Raffaele Lombardo che con brutalità levantina vogliono impadronirsi della società di gestione. Librino è l'ultimo frammento della corona di periferie che le beffe dello spontaneismo hanno seminato in successione: Villaggio Sant'Agata, Pigno, Picanello, San Berillo Nuovo, San Giorgio, Nesima Superiore potrebbero essere i nomi di un racconto fantastico, uno di quei precipizi jonici popolati di draghi e cavalieri, santi e mafiosi sullo sfondo di un'architettura primitiva senza fogne, senza licei, senza biblioteche, senza posti di polizia, senza socialità. Trent'anni fa erano enclave, nuclei di borghi che col tempo, come una matrioska bulimica, si sono fagocitate l'una dopo l'altra, ingoiando, alla fine, la gloriosa Katane. Una presa silenziosa, quasi una rivincita, che ha capovolto lo stratagemma omerico per la conquista di Troia. Catania è assediata. I figli della media e piccola borghesia scacciati verso le colline a Nord, arrampicati sui paesi che contendono metro dopo metro all'Etna. I genitori rinchiusi in un centro storico che è come una medaglia appuntata su un passato talmente liso che non regge senza strapparsi più di un ricordo alla volta. Eppure è Librino a esibire l'uomo che pensa e agisce, l'uomo che affida la bellezza alla metrica della poesia e parla della sua missione come di un «atto devozionale». Il messinese Antonio Presti è un mecenate che si definisce «straniero, estraneo e diverso». Amante dell'arte e della vita, ha puntato 500mila euro per assegnare ai 5 mila bambini e ai carcerati di Librino il ruolo di "custodi della bellezza". Poeti famosi che recitano nelle scuole di Librino, mostre d'arte, spot con i bambini che prendono in giro quelli dei quartieri bene al grido di «Librino è bello: qui c'è il mare e la montagna». Presti legge il mondo con il fuoco purificatore di una sorta di Marinetti degli ultimi: «Solo il bello può destrutturare la mafia: la nuova Italia verrà dalle periferie». Un altro precipizio. Dalla mitologia virile di Ercole Patti e Vitaliano Brancati al j'accuse di Antonio Recupero, lo storico morto tre anni fa: «L'identità culturale dei catanesi è fondata su un pasticcio nausebondo di equivoci». Recupero annota: «Quando leggevo i romanzi di Brancati e cercavo la Catania in cui vivevo trovavo un impasto ripugnante di sicilianismo e folklore dozzinale». Di pesi e contrappesi, non di precipizi, è fatta la dialettica che fa evolvere una città. E Catania oscilla tra afasia e urla, granitici monopoli, come quello dell'informazione, e una ribellione fatta solo di parole accecanti. Il nuovo piano regolatore è un distillato di inerzie, silenzi e omissioni. Il partito dei costruttori e dei proprietari terrieri, che qui annovera i potenti della città, non ne vuol sapere. Tanto più in tempi di bolla immobiliare, con i notai impegnati a redigere atti di compravendita che trasferiscono pezzi interi di città da 50 milioni di euro in su. Allo stesso tempo, ferve un dibattito quantomeno tardivo sul water front, occupato da oltre un secolo dal fascio di binari che innerva l'isola verso Messina. Da cinquant'anni il Comune chiede alle Fs di spostare i binari a monte, e da cinquant'anni le Fs rispondono che l'operazione comporterebbe costi insostenibili. Finché un ingegnere, Giuseppe Barbagallo, mentre studia le mappe per il progetto sulla tramvia (che si aggiudica) si accorge che per risolvere la surreale situazione della mobilità basterebbe interrare cinque chilometri di ferrovia sui 16 che attraversano la città e trasformarli in un metrò cittadino. Otto fermate da connettere poi alla circumetnea. Quando srotola il progetto sui tavoli del Comune, l'ingegnere trova il sostegno incondizionato del sindaco, Umberto Scapagnini. Costi ridotti all'osso e, finalmente, Comune e Fs d'accordo. Tutti strombazzano il water front, che viene inserito nella legge Obiettivo. Il 29 settembre del 2004 il progetto esecutivo (11 milioni) va all'esame del Cipe. Che lo approva, ma stranamente si dimentica di finanziarlo. I catanesi quasi non si accorgono di queste vicende, relegate tra le imperscrutabili questioni burocratiche. È come se vivessero in apnea, dalla quale riemergono solo quando possono esprimere la loro esuberante fisicità. La movida notturna è un atto quasi carnale, la corruzione festosa dei sontuosi palazzi nobiliari di via Crociferi e delle viuzze attorno al Duomo. Catania è come i gatti, si mostra la notte. Ma alla fine i gatti di campagna hanno scacciato quelli di città. L'attore Pippo Pattavina, erede di Turi Ferro e del teatro catanese, recita la fuga dal centro storico con timbro stentoreo e rabbia autentica: «Eccomi, sono una delle vittime del centro storico: non si dorme, non si respira, non si parcheggia. Io li ammazzerei i giovani dei pub che si nutrono di birra e musica a tutto volume. I vigili li difendono: "ma è gente che lavora!". E io, io forse non lavoro? Esasperato ho telefonato al sindaco, il mio amico Umberto. Lui risponde come se la mia voce arrivasse da un pianeta sconosciuto: "Pippo, dici sul serio?"». Umberto Scapagnini, farmacologo e medico-stregone del premier Berlusconi, non se la prende. Sa che questo è uno dei prezzi da pagare. Buona parte delle sue energie le ha concentrate sulla ricostruzione di strade e piazze. Un lavoro incessante che alla città etnea è valso il primo posto nella graduatoria delle stazioni appaltanti d'Italia e a lui la rielezione a Palazzo degli Elefanti. Nell'attesa che il sindaco e Pattavina trovino un accordo, conviene tornare all'estremo della polarità, dal pubblico al privato. Dove i catanesi possono sfoderare l'intelligenza prensile e la naturale inclinazione al mercantilismo che diede origine ai fasti della città. Giuseppe Benanti è un imprenditore che potresti trovare a Stoccolma, tanto la sua azienda farmaceutica, la Sifi, è perfettamente conchiusa in se stessa, un rigoroso sistema con asilo nido, scuola materna, palestra e sauna. Benanti ha la faccia e i modi di chi sa di essere il primo; e ha voluto che i figli, due gemelli di trent'anni, fossero primi come lui. Per questo li ha mandati a studiare in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, con master all'Imperial college di Londra. «Noi siamo per il fare, non per il cu tu fa fari», dice il capostipite. E il fare comprende un'azienda vinicola modello, un ristorante, e tante azioni di mecenatismo che vanno dalla riscoperta di un grande pittore, Roberto Rimini, alla donazione di un reparto oftalmico al Madagascar. Tanta perfezione non si attaglia a una città così confusamente imperfetta. Forse è per questo che tutti i fine settimana i giovani Benanti partono per Parigi o Londra. «Abbiamo provato a lavorare con i giovani industriali, ma c'è un opportunismo che ci sconcerta». Di nuovo precipizi. Nella maledizione degli opposti prolifera e s'ingrossa la malarazza di simpatiche canaglie: «Ma la Sicilia, forse l'Italia intera, è fatta di personaggi simpatici cui bisognerebbe tagliar la testa», dice uno dei personaggi di "A ciascuno il suo". Per fortuna, i tempi s'incaricano di manifestare la malattia e di suggerirne la cura. Quando si riscriverà la storia di questi ultimi vent'anni, un posto di primissimo piano dovrà essere riservato a Pasquale Pistorio, catanese di adozione pure lui, l'uomo che ha cambiato i destini della città. L'Etna Valley, i 4.800 posti di lavoro della Stmicroelectronics, il nuovo M6. Pistorio è un uomo puro che ha fatto leva sulla forza di un'idea. Nella terra delle parole al vento, un esempio di lucidità, riservatezza e determinazione. Con Pistorio Catania è diventata un modello. Erano i tempi in cui il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, la decantava come la città dei cento fiori e delle «cento idee». Ai fiori, ma in senso di dileggio, i maligni avevano associato l'ex sindaco Enzo Bianco, per via della aiuole fiorite che ingentilivano la città. Enzo il fiorista, l'avevano apostrofato. Idee e microchip erano la cifra di Catania. Ma pure a Pistorio non furono risparmiate critiche feroci. Per i benefattori, alcuni catanesi confezionano capolavori di cinismo. Dice Carmelo Papa, allievo di Pistorio e vicepresidente corporate della Stm: «La città è lenta. Mettere insieme rettore e sindaco è faticoso. E Tour, nella Loira, che ha imparato da Catania, ora corre come una lepre». Indietro la città resterà ancora per parecchi mesi, almeno fino alle elezioni politiche (cui seguiranno le regionali), vissute nell'isola come un big bang cosmico che alla fine produrrà il solito assordante silenzio. Sempre precipizi. Scrisse Albert Camus, che di cieli e vizi mediterranei si intendeva. «Pure nella profondità dell'inverno ho imparato che dentro di me c'è un'invincibile estate». Speriamo che Catania sia come lui. 99 - È la posizione di Catania nella classifica 2005 sulla Qualità della vita del Sole-24 Ore 6.421 - È l'imponibile Irpef medio pro capite (in euro) degli abitanti della provincia di Catania 6.136 - Sono i depositi bancari (in euro) per abitante della provincia al 31 dicembre 2004 80,6 - È il tasso di imprenditorialità, cioè il numero di imprese su mille abitanti della provincia 15 - Percentuale di persone in cerca di un impiego in rapporto alla forza lavoro 108,7 - L'indice Tagliacarne della dotazione di infrastrutture colloca Catania al 27 posto in Italia
il Sole 24 Ore
23 Gennaio 2006
Etna Valley e urbanistica due grandi sfide per il futuro
MA
Mariano Maugeri
il Sole 24 Ore
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