Arrivati 250 mila euro per l'opera alluvionata. Polemiche tra soprintendenti Firenze, Opificio delle Pietre Dure: abbiamo troppo lavoro FIRENZE «Grazie tante, ma non siamo in grado di accettare, abbiamo già troppo lavoro». Così ha risposto, in sostanza, la soprintendente all'Opificio delle Pietre Dure, Cristina Acidini, all'offerta della Protezione civile di mezzo miliardo delle vecchie lire, 250 mila euro, destinati a restaurare «L'Ultima Cena» di Giorgio Vasari. II capolavoro è una delle 280 opere danneggiate dall'alluvione del 1966 che ancora attendono miglior sorte. L'OFFERTALa denuncia sullo stato dei lavori era comparsa sul Corriere della Sera in occasione del 39 anniversario dell'alluvione. Il caso Vasari era il più «eccellente» e per questo ha subito catturato l'attenzione di appassionati e amanti dell'arte. Così, dopo la pubblicazione della notizia, dall'Italia e dall'estero è partita la mobilitazione per salvare i capolavori, il capodipartimento della Protezione Civile Guido Bertolaso, in particolare, ha messo a disposizione 250 mila euro dal bilancio dell'ente, sollecitando il restauro immediato della tavola del Vasari, un tempo esposta nella Basilica di Santa Croce e ora depositata in un sotterraneo dell'Opificio, nella Fortezza da Basso. Eppure l'offerta di Bertolaso non ha sortito la reazione attesa. L'Opificio ha gelato le aspettative di tutti, in primo luogo del soprintendente regionale Antonio Paolucci e del soprintendente ai Beni artistici LO STOP I motivi dello stop? L'Opificio, ultracarico di lavoro per restauri urgenti, ha sì previsto un piano di recupero del Vasari, che per problemi di trasporto è diviso in cinque pezzi, con la pittura completamente mummificata sotto il fango, le veline e la colla applicata contro la caduta del colore. Ma non ha la possibilità di fare in tempi rapidi le analisi e gli interventi di restauro. Tra l'altro, lo scarso personale diretto dal professor Marco Ciatti, docente di restauro ad Arezzo, al momento è impegnato a completare l'opera su 8 grandi capolavori restaurati per il Museo di Santa Croce, il più rovinato dall'alluvione. LE SOLUZIONI È così partita la rincorsa per trovare una soluzione. L'Opificio effettivamente ha la responsabilità tecnica sui lavori di restauro, ma non è tenuto a eseguire «di persona» gli interventi sulle opere, in particolare sul capolavoro del Vasari, «ricoverato» qui 39 anni dopo l'alluvione, dopo incredibili pellegrinaggi in ricoveri di fortuna. «Ci mettiamo d'accordo dice il soprintendente Paolucci per un'azione straordinaria che usi competenze esterne per un rapido intervento». Con lui è d'accordo Bruno Santi, soprintendente ai Beni artistici. «Per il passato dobbiamo fare un mea culpa generale, ci siamo trincerati dietro la cronica mancanza di fondi, ma ora possiamo usare studiosi e operatori esterni con alta qualifica». L'IPOTESI Si potrebbe riprendere il piano tracciato nel 2000 dall'esperto restauratore indipendente Giovanni Cabras e utilizzare le tesi di laurea sul Vasari fatte da allievi del professor Ciatti e, ancora, affidare a istituti esterni analisi e interventi preliminari. Lo stesso Ciatti, pur prudente sui tempi, ha dichiarato che «si potrebbe formare una piccola équipe di allievi diplomati, a contratto, con la guida di un interno». Insomma, il caso Vasari diventa una questione di interesse internazionale, sia per l'importanza del quadro, firmato da un personaggio chiave del Rinascimento, che da un'interpre-tazione originale della Cena, sia per lo scandaloso oblio di decenni di incuria. Sapranno i soprintendenti mettere in moto l'imprevista macchina di salvataggio?