Bologna Se riflettiamo su quanto sopravvive delle civiltà fiorite in epoca remota, nasce spontanea l'immagine di un immane naufragio da cui sono scampati solo pochi e slabbrati relitti. Ce lo conferma il gesto emblematico dell'archeologo, che fruga nella terra, per disseppellire e riesumate quei poveri resti. Ma a ben vedere, anche lo storico dell'arte che si occupa di realtà più recenti, pur disponendo di una mappa più dettagliata, spesso si aggira in un paesaggio talmente ingombro di macerie, da far assomigliare il suo lavoro a quello di chi tenta di ricomporre un puzzle dal disegno enigmatico e colmo di lacune, disponendo solo di poche e sconnesse tessere di incerta decifrazione. La mostra che in questi giorni si può visitare nel Museo Civico Medievale di Bologna (Giotto e le arti a Bologna al tempo di Bertrando del Poggetto, a cura di M. Medica, fino al 28 marzo) è quanto mai indicativa di questa condizione, giacché si sforza dì far riemergere una breve ma densa pagina della storia trecentesca di Bologna che, sebbene di grande importanza per quanto produsse in campo storico-artistico, è rimasta per secoli sepolta sotto una coltre di oblio. Sicché, anche una volta disseppellita, è risultata, se non illeggibile, semicancellata e ridotta a brandelli, poiché in una sorta di furibonda damnatìo memoriae proprio i bolognesi che l'avevano vissuta si accanirono a distruggerne gli odiosi simboli, disperdendone sistematicamente le tracce. Di qui la difficoltà di ricomporne le sparse membra, compito che la mostra affida alla forza evocativa di una trentina dì testimonianze figurative, alcune delle quali sicuramente connesse a quel momento storico, mentre le altre lo sono solo indirettamente. Ma veniamo ai fatti. Siamo nell'epoca dei primi papi francesi di stanza ad Avignone, sede sentita ancora come provvisoria in vista di un possibile anche se problematico ritorno a Roma. In questo frangente, il secondo papa «avignonese», Giovanni XXII (1316-1334), invia in avanscoperta in Italia un suo nipote da lui innalzato alla porpora cardinalizia, Bertrand du Pouget, con l'obbiettivo di riconquistare Bologna e le altre terre padano-romagnole di antica spettanza pontificia, in modo da costituire una solida testa di ponte che gli spiani la vìa di un rientro a Roma. Il progetto, pur tra alterne vicende, sembra finalmente avviarsi concretamente dopo una decina d'anni: il legato pontificio (ormai italianizzato come Bertrando del Poggetto) riesce a rimettere sotto controllo parte dei tenitori contesi e nel 1327 s'insedia a Bologna, esautora le istituzioni locali assumendo di fatto la Signoria, e trasforma la città in un operoso cantiere, dove affluiscono prelati, uomini di curia ed anche artisti di gran fama. Nel giro di pochi anni, tra il 1330 e il 1332, sorge nella zona Nord, presso Porta Galliera, un imponente castello fortificato, con all'interno un Palatium destinato ad ospitare la corte pontificia e, in prospettiva, il papa stesso. Moltiplicando gli sforzi (e le esazioni fiscali), Bertrando chiamai il maggior pittore dell'epoca, Giotto, ad affrescare la Cappella palatina e un grande scultore pisano, Giovanni di Balduccio, a fornire la pala d'altare marmorea. Attorno al Castello nasce una vera e propria città pontifìcia, con lussuose residenze cardinalizie e curiali, che sposta di fatto nella zona Nord il baricentro cittadino, tradizionalmente collocato in Piazza Maggiore. Ma è proprio dalla ringhiera del Palazzo Comunale che Bertrando, nel 1332, annuncia, ufficialmente che la città diverrà presto residenza pontificia: Bologna come Avignone, dunque; anzi, Bologna in luogo d'Avignone, in attesa di un auspicato : definitivo trasferimento della ]uriaa Roma. Ma nel giro di pochi mesi l'ambizioso progetto volge al fallimento: l'esito negativo della guerra contro la filoimperiale Ferrara fa sfaldare il fronte interno a sostegno di Bertrando e coalizza i suoi oppositori. Stanchi delle continue esazioni e vedendo allontanarsi la seducente prospettiva di divenire sede papale, i bolognesi si rivoltano contro il Legato che, asserragliato nel Castello di Galliera, riesce a malapena a negoziare la fuga salvando la pelle. Ma il fortilizio è distrutto a furor di popolo e tutta la cittadella curiale è messa a sacco da una rivolta che si accanisce contro una presenza forse da sempre percepita come straniera. Cosa rimane di quel fallito progetto, oltre al minuscolo rudere slabbrato del castello di Galliera, ancora visibile presso l'omonima porta cittadina? Non certo la cappella affrescata da Giotto, di cui rimane solo l'eco nelle antiche cronache e neppure tutti quei codici, argenterie, avori, masserizie, armi e abiti sontuosi, che sono puntigliosamente elencati, con le corrispondenti stime in denaro, su una bolla papale del 1348 esposta in mostra, in cui si reclama un congruo risarcimento, essendo appartenuti ai 58 tra vescovi, cappellani, donzelli, cuochi e servitori al seguito di Bertrando, depredati dalla popolazione in rivolta. A surrogarne l'assenza, la mostra allinea alcuni splendidi arredi liturgici e dittici in avorio, la cui diretta o indiretta provenienza francese, testimoniata dal sofisticato gusto d'oltralpe, è così evidente da darci una plausibile idea idi ciò che è andato perdiate. In luogo degli affreschi di Giotto è presente il magnifico polittico orgogliosamente firmato Opus magistrì loctide Florentia, ora alla Pinacoteca di Bologna, di cui è ipotizzata, contro la tradizione, una possibile provenienza dal Castello di Galliera, ma che in ogni caso è sostanzialmente coevo ai perduti affreschi della cappella palatina. Proviene invece di certo dal Castello lo stupendo polittico marmoreo di Giovanni di Balduccio, poi smembrato e disperso in vari pezzi, finiti in raccolte di qua e di là dall'Atlantico: un raf-finatissimo manufatto scultoreo che compendia la sapienza plastica della tradizione dei Pisano con la diafana squisitezza degli avori francesi. Di esso sono presenti in mostra tre statue di santi ed una cuspide, eccezionalmente riaccostate l'una all'altra {manca all'appello, purtroppo, la Madonna centrale, che si conserva a Detroit). Accanto a questi pezzi straor-dinari, la rassegna espone alcune tavole dipinte da anonimi protagonisti della pittura bolognese di primo Trecento e parecchi codici giuridici magnificamente miniati, a testimonianza di una produzione alimentata dalla presenza a Bologna di uno Studio di fama europea. Ma il manufatto forse più impressionante è un doloroso Crocifìsso ligneo scolpito da un anonimo, in cui la violenza espressiva del volto sofferente di Cristo, sommariamente sbozzato, contrasta con il sofisticato artificio tecnico con il quale, mediante tela e stucco, il sangue che sgorga rigoglioso dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato cola e si rapprende, formando tortuosi ricami e macabri festoni corallini, che pendono dal corpo illividito.
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