Quando posi la mia candidatura a soprintendente della Fondazione Teatro di San Carlo mia moglie mostrò qualche apprensione. I teatri lirici possono offrire immense soddisfazioni, e il San Carlo me ne ha offerte più di ogni altro. Spesso si è determinata una sintonia di tensione artistica fra lavoratori e pubblico e nessuna soddisfazione può dare un teatro maggiore di questa. Si ha l'impressione di essere al centro degli interessi della città. Ma a un certo punto la storia finisce male. Sono sempre tornato in teatro come il giocatore d'azzardo alle poste, se l'opera è nel vostro sangue il rischio fa parte del gioco. Quando fui nominato soprintendente il mio collega Lorenzo Bianconi si congratulò con me quale successore di Barbaja. «Senza la licenza del gioco d'azzardo non è la stessa cosa», risposi, e potrei azzardare che la soluzione dei problemi del San Carlo sarebbe proprio quella del ritorno alle origini: dargli in gestione un casinò. La crisi finanziaria della Fondazione Teatro di San Carlo parte da lontano, cioè dal 1999 quando la Fondazione vide la luce con 33 miliardi di capitale, a fronte di un bilancio di esercizio di 35. Il deficit strutturale poteva reggersi e ha retto fino al giugno 2005, grazie all'incremento del contributo della Regione Campania e all'ingresso della Provincia in Fondazione. Nel giugno 2005 le Fondazioni ricevettero assicurazione che il Fus sarebbe stato ripristinato al livello 2003. Invece si trovano ad affrontare la previsionale 2006 con un meno 20 (al San Carlo -6.000.0000). In questi giorni i Consigli di amministrazione delle fondazioni stanno per approvare i loro bilanci, e son dolori, si parla di tagli alla produzione, tagli alle retribuzioni e quant'altro, le relazioni aziendali segnano tempesta. Ora l'amministratore della Fondazione una proposta di bilancio la deve pur fare e nella ridda di congetture e di cifre in rosso ho deciso di esporre pubblicamente il problema. Per risposta vi sono stati due interventi, uno del presidente della Camera di Commercio Gaetano Cola sul Sole 24 Ore e l'altro del professor Sergio Sciarelli sul Mattino, i quali suggeriscono che al soprintendente, a cui si riconosce competenza artistica, venga affiancato un manager. È la soluzione del Teatro alla Scala, dove Ermolli reperisce le risorse e il soprintendente Lissner le spende. Nessun uomo sarebbe di me più felice. Il contratto Scala è ben più alto di quello del San Carlo, ma nessuno si sogna di turbare le relazioni aziendali. Il Soprintendente Lissner si è soltanto opposto al mantenimento del sistema Scala che includeva gli Arcimboldi, operazione impopolare sul piano dell'incremento dell'occupazione, e non condivisa da tutta la dirigenza politica di Milano. E la cosa toccava nervi sensibili: l'abbandono degli Arcimboldi è stato anche un motivo sotteso alla rimozione del soprintendente Fontana. Sorge a questo punto come e quanto un soprintendente possa essere un manager. Cola e Sciarelli, nelle rispettive aziende alimentari ed assicurative, elaborano un piano industriale indirizzato verso un recupero della competitività. Il piano industriale individua esuberi, ottimizza il contratto, comprime quella quota delle retribuzioni ritenuta improduttiva e che viene data in pasto all'opinione pubblica come «sprechi». Lo fanno in nome dei diritti sacri dell'impresa, e non dubito che se il Governo decidesse da un anno all'altro di fare un prelievo del 20 sulle loro risorse, non parlerebbero di «sprechi» ma chiederebbero a gran voce la restituzione dei fondi, come faccio anch'io. Nelle loro scelte essi hanno operato in linea con la tendenza attuale della congiuntura, una linea che comprime diritti ed oneri sociali ed incrementa flessibilità e produttività. Questa linea non è stata dettata da capriccio, essa è dettata dalla stessa sopravvivenza. Paese ad alto tasso di solidarietà l'Italia cerca di frenare la sua introduzione del settore pubblico. Certo, queste inclinazioni economiciste hanno eroso le partecipazioni statali, hanno prodotto gli esuberi nelle aziende di credito, hanno condotto a volte ad approvare il piano industriale di un manager e porlo come condizione stessa della sopravvivenza dell'azienda (Alitalia). Il paese è fatto di elettori ed è coerente che sorga la tentazione di non spingere sull'acceleratore. Oggi si dà ogni colpa ai furbetti, ma in buona fede va riconosciuto che ogni uomo di governo si pone il problema di turbare quanto meno possibile le relazioni aziendali. Se non fosse così non sarebbe un uomo di governo ma uno statista. E questi invero difettano. Il mondo dello statuto dei lavoratori è finito in soffitta, ma era pur tanto bello. Ciò premesso, dichiaro che pur conoscendo per lunga dimestichezza i problemi che affliggono il settore non ho avuto mandato a risolverli. Ho tutte le libertà possibili salvo quelle afferenti la conflittualità. Da un paio di settimane passo per il palcoscenico fra "vattenne" percepibili se pur ancora non corali. I lavoratori pensano che mi sia appropriato dei loro soldi, e l'idea che uno dei mali principali sia da cercarsi negli allestimenti è ormai luogo comune. Sciarelli lo menziona espressamente. Non mi dilungo nel merito, posso soltanto dire che l'idea degli allestimenti circolanti a costo zero può venire in mente soltanto a chi non sa proprio quel che sia un teatro. E poi una sola cifra spiega a sufficienza come stanno le cose. Gli allestimenti incidono per 1,5 milioni su un bilancio di 35, con oneri imputabili al costo del lavoro di 24. E quel 4 allocato agli allestimenti produce un ritorno nel prodotto superiore alla spesa. Ben venga quindi un manager alla Fondazione Teatro di San Carlo. Ma da quel che la storia recente indica questi sarà tale se, e in quanto, riuscirà a reperire quei fondi pubblici che al suo predecessore erano stati negati. «Es ist eine alte Geschichte doch klingt es immer neu» (è storia vecchia, ma par sempre nuova) recita uno dei più meravigliosi Lieder di Heine Schumann. Gioacchino Lanza Tomasi