Il 29 gennaio del 1996 un incendio distrusse il Lirico di Venezia. Il fuoco appiccato da due elettricisti per evitare una penale Inaugurato nel 2003, il teatro già rischia il crac finanziario PIÙ di tutto, impressionava il silenzio. Così denso che si sentiva il crepitio delle fiamme che si mangiavano le poltrone della platea. Non parlava nessuno, non gridava nessuno, neanche i vigili del fuoco che avevano le pompe troppo corte per arrivare lassù dov'era cominciato l'inferno. La folla che si era radunata in campo San Fantin, chiamata dai bagliori che si vedevano in tutta la città, quando La Fenice bruciò, dieci anni fa, il 29 gennaio del 1996, guardava morire di nuovo il vecchio teatro, come già nel 1836, con un dolore muto. Era una notte di aria secca e di calma di vento. L'allarme l'aveva dato una persona che abitava vicino, alle 20.58, con una telefonata ai pompieri: «C'è del fumo che esce dal tetto della Fenice». Si capì subito che non c'era niente da fare. Le fiamme si sprigionarono violente, in più punti, nella parte alta del teatro. Il soffitto crollò con un rumore sordo e una esplosio-ne di lapilli. Massimo Cacciarì, il sindaco, stava impietrito, gli occhi arrossati, le mani strette a pugno affondate nelle tasche del lo-den. Molti piangevano. La Fenice bruciò tutta la notte. Solo i muri, anneriti e sbilenchi, rimasero in piedi. «Risorgerà dov'era e com'era» promise subito, teso, troncando sul nascere ogni dibattito, Cacciali. A dieci anni dal rogo, la Fenice non trova ancora pace. Rinata dalle ceneri, come vuole la sua leggenda, adesso rischia il crac. Nel suo bilancio di quest'anno c'è un buco di 3 milioni di euro. «La sala è sempre piena» dice il sovrintendente Giarnpaolo Vianello, ma i costi sono alti, non c'è più un euro, e Comune e Regione stanno studiando un intervento finanziario straordinario per impedire che la mancanza di fondi faccia quello che non sono riuscite a fare le fiamme. A due anni dall'inaugurazione del teatro ricostruito, il 14dicem-bre del 2003, quasi non ci si accorge più che è tutta nuova. I colori sono meno sfavillanti e la patina del tempo sta cominciando a posarsi, come una cipria opacizzante, sullo splendore degli ori, sui putti, le ghirlande e gli arabeschi. «Sta cominciando ad assomigliare sempre più a sé stessa», la guarda con affetto il sovrintendente, stupito che «l'emozione di rivederla» non si sia ancora spenta, e che continuino a venire, da tutto il mondo, meravigliati di ritrovarla. «Le difficoltà della ricostruzione, durate anni, ci avevano fatto quasi perdere ogni speranza dice Vianelloe era il rischio di un altro Petruzzelli». Per questo non hanno ricordato il decennale dell'incendio. Nessuna celebrazione, nessuno spettacolo. «Una storia tremenda, jellata, non la voglio rievocare» sbotta Cacciali. Ma il teatro è rimasto aperto per le visite guidate da Luciano Aricci, sua memoria storica, e molta gente ieri è entrata a ricordare. La ricostruzione è stata un percorso a ostacoli durato quasi 8 anni, travagliato da 14 cause civili e penali, e costato 90 milioni di euro. L'Impregilo, che vinse l'appalto nel '97, fu esclusa nel '98 dal Consiglio di Stato per un vizio di forma nel bando, e sostituita nel "99 dalla Holzmann-Romagnoli. Ma quest'ultima fu «licenziata per inadempienza contrattuale» nel 2001 dal sindaco Paolo Costa. Che ricorda: «I lavori erano in grande ritardo, non ce l'avremmo mai fatta. Ho dovuto fare il duro, tirar fuori la pistola e metterla sul tavolo». I lavori vennero affidati a un'impresa veneziana, la Sacaim, che li finì nei tempi previsti. Intanto il pm Felice Casson scoprì gli autori del rogo: due cugini elettricisti pieni di debiti, Enrico Carella e Massimiliano Marchetti, che erano in ritardo sui lavori e bruciarono il teatro per non pagare una penale dì 30 milioni di lire. L'ex magistrato, che da un anno ha lasciato la toga per entrare in politica con l'Unione, oggi ricorda un retroscena che gli permise di individuare i responsabili: «Furono traditi da uno spritz». Fu quando, interrogati, raccontarono che usciti dal teatro, quella sera, si fermarono al bar ali 'angolo a «bere uno spritz», l'aperitivo dei veneziani. Il magistrato andò a verifìcare. «Quel lunedì eravamo chiusi», gli disse il barman. Fu il primo sospetto. «Ho pensato che se avevano mentito su un aperitivo, quei due avevano qualcosa da nascondere» racconta Casson. La Cassazione nel 2003 ha confermato le condanne: 7 anni a Carella, che è latitante, 6 a Marchetti, e 500 euro di multa al direttore dei lavori Sisto Ruggiero. Casson aveva mandato a processo per «omissioni colpose» nella sicurezza del teatro sette dirigenti di Comune e Fenice, tra cui il Sindaco Cacciari. Sono stati tutti assolti.