AL termine del quarto e ultimo atto dell'Aida, in tutte le orchestre del mondo arriva finalmente il turno di un musicista che ha seguito impassibile lo svolgimento della partitura senza muovere né un dito né un labbro. E il clarinetto basso: gli tocca un «solo» di pochi minuti. E basta. Ma dev'essere naturalmente perfetto, meraviglioso, seducente. Deve suonarlo un bravissimo professionista. In questi momenti dì tempesta sulle 13 Fondazioni Liriche, alle prese con la riduzione dei finanziamenti previsti dal Fus, il Fondo unico per lo spettacolo, e in buona parte anche con problemi sindacali che tornano a divampare, dovendo tagliare i costi si può farlo anche su questo? La domanda è ovviamente retorica. È un esempio fra i tanti che ci propone Athos Canestrelli, secondo contrabbasso nell'orchestra del Regio di Torino, e quindi neanche sospettabile di interesse diciamo così privato. Lui il clarinetto basso non lo ha mai suonato. E non ha nulla a che fare nemmeno con una delle gag sindacal-organizzative più rinomate, che riguarda il secondo atto della Bohème. È una scena animatissima nel Quartiere Latino, affidata al coro, dove a un certo punto un venditore lancia alle massaie un grido di quattro note: «Prugne di Tours». Tanto basta per fargli scattare automaticamente il pagamento da solista. «E un emblema di rigidità contrattuale ormai proverbiale - ci dice il musicologo Oreste Bossini - ma sono aspetti tipici e tradizionali della storia del teatro. Possono sembrarci assurdi, sono piccoli mezzi per integrare il salario, niente di scandaloso in verità». L'aneddotica è fitta, a questo proposito: non ci sono solo le prugne di Tours, ma l'indennità pioggia per l'Arena di Verona, l'indennità Caracalla per l'Accademia di Santa Cecilia a Roma, l'indennità lingua straniera e infinite altre, tutte previste da complicati contratti integrativi. Si ricorda, alla Fenice di parecchi anni fa, prima dell'incendio, la richiesta di un'indennità per l'ultimo corista che doveva abbandonare la scena un minuto più tardi dei suoi colleghi. Ma sono spiccioli di fronte al grande gelo di questi giorni, quando tutti annunciano tagli, da Torino a Firenze, da Palermo a Venezia. Il Maggio Fiorentino ha già rinunciato alla Salame di Richard Strauss che doveva aprire il cartellone, appunto a maggio; a Palermo, mercoledì scorso, per buona misura è stata bloccata da un sciopero la prima mozartiana del Ratto del serraglio; a Genova le repliche della Favorìte di Donizetti vanno in scena senza scenografia e senza coro; a Napoli il sovrintendente Gioacchino Lanza Tornasi ha lanciato l'allarme-fallimento, visto il passivo di 17,8 milioni accumulato dal 2000 a oggi. Si dice con insistenza, nell'ambiente, che la Fenice di Venezia potrebbe chiudere a giugno per riaprire solo a gennaio; Torino, che ha annunciato una Turandot con la regia di Ronconi, ma senza scenografie e costumi, che ha cancellato il balletto del Bolshoi e un concerto straordinario, al confronto non se la passa neanche tanta male. E mentre i sovrintendenti sono piegati sui conti, orchestrali, coristi e tecnici annusano una crisi di nervi. Siamo a un passo dalla sindrome-Alitalia, del tutti contro tutti, delle mille difese, a oltranza di altrettanti piccoli privilegi mentre la barca affonda? No, risponde Vladi Spigarolo, responsabile audio, video e luci al Regio di Torino, quindi un tecnico, uno di quelli che il pubblico non vede. Ha 43 anni, è rappresentate sindacale, il suo lavoro gli piace molto; è persino soddisfatto (lo dice dopo una lieve esitazione) dello stipendio, che si aggira, «facendo abbastanza straordinari», sui 2000 euro. Non ha mai pensato seriamente di dare un calcio a tutto e aprire una tabaccheria. Detto questo, però, vede un buio futuro di tagli alla produzione e al personale. «L'Opera è uno spettacolo dal vivo. E questo significa gente che allestisce. È lo spettacolo che richiede più personale, mi stupisce che ci si scandalizzi per questo». Eppure il problema è tutto lì. Se al Maggio Fiorentino il baritono Claudio Fantoni, quando si cominciò a parlare di tagli, iniziò clamorosamente lo sciopero della fame ottenendo anche un buon seguito in varie parti d'Italia, l'attuale commissario governativo, Salvatore Nastasi (dirigente generale del settore spettacoli del vivo per il Ministero dei Beni culturali: proprio oggi sarà a Firenze con il ministro Buttiglione) non nasconde che su 480 dipendenti «ce ne sono una settantina di troppo». «La situazione era drammatica, ora abbiamo un attivo di 1 milione. Ho tagliato il 20 della produzione, non potevo far altro. Poi la gente deciderà se è stata una buona o una cattiva idea, e si comporterà di conseguenza». Se non si può o non si vuole licenziare non resta altro, aggiunge. Nessuno ammette che sia questione di sprechi: «Io per esempio non ne ho trovati. Qui non c'è gente che ruba. Ci sono diseconomie di scala», conclude Nastasi. Bando allora a tutta l'aneddotica, se è un aspetto secondario. Il soprintendente di Bologna, Stefano Mazzonis, ci annuncia in diretta che se ne va: è stato appena nominato direttore artistico dell'Opera di Liegi. In fuga dal Fus? «No, una scelta ponderata, maturata nel tempo». Ci tiene però a spiegare che lascia un teatro dove le rigidità contrattuali sono state ampiamente superate, i «costi e gli orpelli» tagliati decisamente. «Il teatro di Bologna è tra i più invitati all'estero anche perché ha prezzi concorrenzali», dice. E una salute di ferro: una volta conclusero con un concerto serale a Gerusalemme un tournée in Israele, arrivarono al mattino a Roma e la sera stessa si esibirono ancora, «con grandissimo successo». Anche loro, però, ridurrano la produzione. Non c'è altro da fare, a questo punto. E più si cancella dal cartellone, più cresce l'ansia, dai teatri più ricchi come la Scala di Milano o il Regio di Parma (che nonostante l'importanza è considerato di «seconda fascia» e non fa parte quindi dei «magnifici 13») a quelli dove le condizioni sono precarie, come Palermo. Il Teatro Massimo, ci spiega il soprintendente Antonio Cognata, ha un debito consolidato a lungo termine di 25 milioni. E 4,2 milioni in meno di finanziamenti, senza contare la rata di rimborso del debito, 670 mila euro. «Si tagliere la produzione, ma non solo», dice. Quindi anche il personale? «Purtroppo dovremo intervenire su tutti i costi», è la risposta. Nessun dipendente di ruolo rischia ovviamente il posto, ma c'è poco da stare allegri. E il baritono Paolo Cutolo (fa parte del coro), benché non fosse tra quelli che hanno bloccato la Salomé, decisione presa da un sindacato autonomo,, è molto arrabbiato. ((Finirà che chiederemo esplicitamente al Sindaco di rimuovere il Soprintendente. A Palermo nella prosa, nonostante la crisi, hanno aumentato gli stipendi. Perché a noi no?». Se è un miracolo, è a doppio taglio. In una situazione così disperata sembra fuori della realtà parlare di aumenti. Però la vita dietro le quinte e sul palcoscenico sta diventando sempre più dura per tutti, precari in testa. Accade così che austeri professori si ritrovino a cantare per i matrimoni. «Adesso non mi faccia passare per quello che dipinge i colleghi come dei poveracci», ammonisce Cutolo. D'accordo, promesso. «Allora, le dico che a me è accaduto, quando ero assunto a tempo determinato, insomma da precario. Abbiamo preparato con mia moglie un' Ave Maria di Gounot arrangiata per organo, baritono e mezzo soprano, e l'abbiamo eseguita in una bella chiesetta di Piedemon-te Matese». Ora non più. «Non ne ho più bisogno. Ma guardi che succede un po' dappertutto: qui in Sicilia il Massimo è una cattedrale nel deserto, ma a Napoli per esempio questa attività è molto diffusa. E anche nel ricco Nord, solo che h forse pagano meglio». Una babele di indennità: per la pioggia, la lingua straniera, l'ultimo corista che esce di scena. Ora però i contratti stanno cambiando . C'è chi si arrangia cantando ai matrimoni Un baritono di Palermo: «lo e mia moglie ci siamo specializzati nell'Ave Maria».