VENEZIA. «Quando la Fenice andò in fiamme, ero a Milano e vidi le immagini del rogo in televisione, con una forte emozione, pensando che non l'avremmo mai più rivista. E invece, per fortuna, mi sbagliavo». Giampaolo Vianello è un veneziano di ritorno, impegnato professionalmente a Roma e Milano e poi rientrato a Venezia nel 2001, per diventare sovrintendente del Teatro La Fenice, chiamato dall'allora sindaco Paolo Costa a gestire una transizione difficile verso la ricostruzione e il rilancio della fondazione. Cadono oggi i dieci anni dal rogo della Fenice in campo San Fantin e il teatro si trova di fronte a un altro momento diffici-lissimo, legato, questa volta, alla sua sopravvivenza economica, dopo i tagli al Fus, il Fondo unico dello spettacolo, deciso dal governo nei confronti degli enti lirici. Un'altra emergenza in un teatro, che, nel frattempo è molto cambiato, nonostante l'aspetto sia simile all'originale. Sovrintendente Vianello, dieci anni fa la Fenice bruciava e lo Stato e la comunità si mobilitarono in modo straordinario anche sul piano economico per la ricostruzione. Ora, che il teatro c'è, lo si mette in crisi proprio tagliando i fondi, partendo dal Governo. «E' un atteggiamento schizofrenico. Non si lesinano fondi per i contenitori è stato così anche per la Scala e ora per il Petruzzelli di Bari ma poi non si pensa a come lasciarli vivere. E' come se ci trovassimo in presenza di due Stati diversi: uno generoso con le strutture, l'altro spietato rispetto ai fondi di gestione». Quando lei arrivò alla Fenice, nel 2001, la ricostruzione del teatro era ancora avvolta nell'incertezza. «Era il momento in cui Costa sindaco e commissionario per la ricostruzione decise di occupare il cantiere, allontanando la Holzmann-Ro-magnoli e lanciando una nuova gara europa per la ricostruzione. Io venni soprattutto per occuparmi del Malibran oltre che del Palafenice ma anche allora non pensavo che avremmo rivisto la Fenice ricostruita». Quando capì, invece, che era fatta? «Quando la magistratura non intervenne per ostacolare la ripresa del cantiere e quando ci incontrammo con il sindaco e il titolare della Sacaim vincitrice del nuovo appalto per fissare la data per la riapertura della Fenice: il 14 dicembre 2003. Costa mi disse: «Fissa per la direzione di Riccardo Muti», ed era un anno e mezzo prima. Fu una sfida per tutti, ma ci riuscimmo». Che Fenice avete restituito alla città? «Un teatro rifatto come il precedente senza essere pacchiano, ma con una sua dignità estetica, con un'acustica anche migliore di quello originale, e proprio l'acustica era uno dei grandi dubbi della ricostruzione. Il teatro è oggi largamente più funzionale, a cominciare dalla nuova macchina scenica e dai nuovi impianti. Certo, se la Soprintendenza ci avesse posto qualche vincolo in meno soprattutto per ciò che riguarda i volumi e la planimetria avremmo un teatro ancora più funzionale, ma a Venezia, si sa, è difficile anche spostare una pietra». La nuova Fenice dev'essere, oggi, un teatro molto più costoso da gestire. «Tra Fenice e Malibran spendiamo ogni anno circa 3 milioni di euro tra consumi e spese di manutenzione, il doppio di quanto avveniva prima. Si è abbondato in impianti che vanno presidiati e mantenuti tanto che nessun teatro del Nordest ne è così dotato, con una preoccupazione forse eccessiva». Ma un rogo come quello di dieci anni fa oggi non potrebbe più ripetersi? «Premesso che gli impianti devono essere comunque guidati dall'uomo e richiedono la sua attenzione, oggi ci sono sistemi automatizzati, grazie ai sensori, pronti a scattare al primo segnale negativo. E' già accaduto, anche per fatti banali. Inoltre l'enorme vasca d'acqua situata sotto la Sala Rossi, garantisce l'approvvigionamento idrico anche se accadesse come dieci anni fa che i canali intorno al teatro fossero all'asciutto». Gli spazi del teatro sono usati in tutte le loro potenzialità? «Abbiamo dovuto apportare delle modifiche. La Sala Rossi, neopalladiana, doveva servire secondo il progetto per le prove d'orchestra, mentre lo spazio sopra le Apollinee doveva divenire una sala per esposizioni. In realtà la Sala Rossi è troppo piccola per l'orchestra e la utilizziamo per il coro, mentre lo spazio esposizioni è diventato la vera sala prove per l'orchestra». Un fatto sorprendente è che la Fenice sia diventato uno dei "musei" più visitati della città, con il suo programma di visite guidate. Come mai? «Ci siamo resi conto fin dai mesi precedenti alla riapertura del teatro, che c'era un interesse mediatico straordinario sulla ricostruzione anche da parte di chi di lirica non si interessava per questo teatro storico che era stato visto bruciare in diretta in tutto il mondo, in una città-mito come Venezia. A questo si associa l'idea del "com'era e dov'era", e cioè il desiderio di molti di vedere quel teatro ricostruito nel suo aspetto precedente all'incendio. Per questo abbiamo iniziato subito con le visite guidate, che dobbiamo limitare a un'ora al giorno dalle 15 alle 16 ma per le quali avremmo moltissime richieste in più, che ora non possiamo soddisfare». C'è quindi anche un importante risvolto economico, in un momento difficile per il teatro. «Certamente, e proprio per questo abbiamo creato una società la Fest che avrà il compito di migliorare il sistema di visite guidate e anche di sfruttare meglio la richiesta che ci arriva per cene e piccoli concerti alle Sale Apollinee, da parte di chi organizza convegni o manifestazioni in città. Ce le chiedono sempre più spesso». Quanto possono costare? «Il solo uso delle Sale Apollinee per un giorno può costare intorno ai 10 mila euro, ma con una cena e un piccolo concerto organizzati al suo interno si sale anche a 25 mila». La nuova Fenice ha cambiato, in parte, anche il suo pubblico. «E' rimasto lo zoccolo duro dei vecchi abbonati, che ci seguirono anche al Palafenice, dove ne abbiamo acquisiti altri, favoriti dalla vicinanza alla terraferma, che però sono rimasti anche ora. In più si è aggiunto un nuovo pubblico internazionale che ci garantisce sempre il teatro pieno. La sfida è ora attrarre i giovani e creare un nuovo pubblico turistico per il Malibran».