Quanti di noi hanno avuto la fortuna di visitare la mostra sul Settecento a Roma allestita nel lontano 1959 al Palazzo delle Esposizioni? Bisogna accontentarsi di sfogliare il catalogo. Un formato tutto sommato maneggevole corredato, da ottanta fotografie in bianco e nero, purtroppo inadeguate a rendere l'eccezionalità di un'impresa titanica come un'expo ottocentesca che allineava, estendendosi in ogni spazio possibile del monumentale edificio sin nei vani scala, ben 2.656 opere! Dall'idea, certamente affascinante ma inevitabilmente impraticabile, di una riedizione di quella mitica rassegna è scaturita comunque la volontà, perseguita con tenacia e ottimi risultati dalle due curatoci Anna Lo Bianca e Angela Negro, di confrontarsi nuovamente, alla luce degli studi nel frattempo intercorsi e di una nuova sensibilità storica, con un secolo di grandi trasformazioni e che ha lasciato una traccia indelebile sulla città. I numerosi interventi settecenteschi basti pensare solo all'impatto sull'immagine dell'Urbe di imprese urbanistiche straordinarie come il Porto di Ripetta, la Scalinata di Piazza di Spagna e la Fontana di Trevi o di allestimenti sbalorditivi come quelli dei Musei Capitolini e Vaticani fanno dell'età dei lumi, che potrebbe apparire antitetica allo spirito della capitale della Cristianità, uno dei momenti invece più alti della storia della città. Il fascino della mostra, e quello che la differenzia da iniziative basate sulla continuità della grande tradizione classicista come la bellissima esposizione «The Splendor of 18th - Century Rome» organizzata nel 2000 tra Philadelphia e Houston, non sta tanto in un'indagine di carattere specialistico che privilegiasse le arti del disegno cioè la pittura e la scultura come la rassegna americana, sottolineando l'identità della scuola .romana, ma piuttosto nella verifica di come la città millenaria, principale depositaria della memoria dell'antico, la cerimoniale Roma gesuitica e barocca si sia adattata e modificata nell'impatto con la modernità portata dall'Illuminismo e dai nuovi modelli artistici che si andavano affermando nelle corti riformate europee o in città che come Parigi e Londra potevano ora aspirare al ruolo di capitali universali delle arti. Vocazione che Roma considerava tradizionalmente, e continuerà per tanto tempo a ritenere ancora, un proprio privilegio. Più che davanti a una mostra esclusivamente d'arte, ci troviamo di fronte a un'ambiziosa ricostruzione di carattere sociologico e di storia della cultura, da cui emerge con efficacia il ritratto di una città in evoluzione, caratterizzata da una nuova socialità, da una vivacità intellettuale e da una libertà garantite dalla continuità dei lunghi pontificati riformatori, da Benedetto XIV a Pio VI. Basta ascoltare le osservazioni dei testimoni più autonomi e spregiudicati, come il consigliere de Brosses che nel 1740 notava come «tutto diventa materia di gazzettino» in un ambiente dove «si gode piena libertà d'azione», per cui «non so se vi sia alcun'altra città in Europa più piacevole, più comoda, e dove mi piacerebbe di più abitare, senza fare eccezione neppure per Parigi». Nel 1756 all'iniziò del cosiddetto risorgimento neoclassico, colui che ne era stato il grande promotore, Winckelmann ribadiva il ruolo di Roma come porto franco della cultura dove le identità nazionali scompaiono per fondersi in un dialogo universale tra gli ingegni eletti, dove il talento trova il modo migliore di esprimersi e di essere, riconosciuto, dato che «la libertà in altri stati e in altre repubbliche non è che un'ombra rispetto alla libertà di Roma», dove «si gode il privilegio di pensare in maniera tutta propria». L'ampia articolazione in dodici sezioni, in cui sono suddivisi i duecentocinquanta pezzi provenienti da raccolte e musei di tutto il mondo che compongono la rassegna, riesce a rendere la varietà di uno scenario mutevole, certamente più omogeneo nella prima metà del secolo, grandiosamente frammentario dopo la svolta neoclassica quando la Roma cosmopolita, percorsa sempre di più dai viaggiatori e dagli artisti stranieri, diventa un crogiolo sperimentale che vede con l'affermarsi di una nuova fisionomia professionale dell'artista una profonda trasformazione dei generi pittorici, il risorgimento della scultura culminato con l'affermazione di Canova e uno straordinario incremento delle manifatture, talmente incoraggiate da diventare un ramo fondamentale dell'economia dello Stato. Di conseguenza i due numi tutelari della mostra, per il numero e la stupefacente qualità delle opere presentate, sono giustamente il vedutista Giovanni Paolo Pannini e il ritrattista, ma anche pittore di storia, Pompeo Batoni. Il primo nelle due caleidoscopiche, celeberrime gallerie immaginarie di Roma an-tica e moderna provenienti dal Metropolitan di New York restituisce con l'incanto delle vedute simultanee il fascino delle rovine e quello delle scenografie urbanistiche barocche, mentre con le immagini della lotteria in piazza Montecitorio, del Cof-fee House del Quirinale in festa per la visita di Carlo in di Borbone a Benedetto XIV, della mirabolante rappresentazione organizzata al Teatro Argentina per le nozze del delfino di Francia rivela il volto pirotecnico di una città che a ogni occasione sa mettersi in scena come nessun altra al mondo. Questo era l'aspetto che doveva incantare di più i viaggiatori ritratti da B atoni con le antichità a lato e sullo sfondo di scenari naturali che il vedutismo contemporaneo, italiano e straniero, benissimo rappresentato in una apposita sezione introduttiva, rendeva altrettanto canonici delle celebrate rovine. Rivelando poi una nuova sintonia tra uomo e natura che qui a Roma affondava le sue radici nella tradizione illustre dell'Arcadia ora rinnovata alla luce della ragione e di più chiari intenti educativi. Quelli espressi in maniera straordinaria dal capolavoro che apre, a modo di manifesto, la rassegna. Si tratta del grande quadro allegorico, come altre opere importanti mai esposto prima in Italia, dove ad apertura del secolo Carlo Maratti ritraeva il marchese Niccolo Maria Pallavicini incoronato dalla Fama e scortato da Apollo verso il tempio della Virtù. Apologia, cui l'artista stesso partecipa rappresentandosi in primo piano scortato dalle Grazie, del primato e della potenza educativa delle Arti cui sono ricollegati il destino di Roma e l'identità stessa dell'Italia. Attraverso una magnifica produzione di arti decorative, sempre più riqualificate nel confronto con l'antico, il buon gusto romano dettava ancora legge in tutto il mondo, come i magnifici oggetti selezionati per la mostra confermano, pensando soprattutto a quelli, le console e gli animali in marmi rari, entrati nel Museo Pio clementino per creare uno sfondo alle antichità restaurate con integrazioni che, nella loro stupefacente perizia, rivelano quanto la consuetudine con le grandi testimonianze della classicità fosse a Roma una vocazione naturale, sviluppatasi senza soluzione di continuità nei secoli. Un'attitudine che ora prendeva nuova consapevolezza proprio grazie alla nascita del museo moderno e che, attraverso una serie di marmi prestigiosi prestati dai Musei Vaticani, emerge dalla mostra con una forza sorprendente. «Il Settecento a Roma», Roma, Palazzo Venezia, sino al 26 febbraio. Catalogo Silvana Editoriale.
il Sole 24 Ore
29 Gennaio 2006
✓ Entità verificate
La rassegna a Palazzo Venezia dedicata al Settecento romano
FE
Fernando Mazzocca
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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