Leda e il cigno, Leandro esangue trasportato dalle Nerei-di,Venere e Marte nella rete di Vulcano, Ipsicrate che si taglia una treccia per dedicarsi all'esercizio delle anni, Anfitrite e le ninfe. Bacco e Arianna, Venere che accorre da Adone morente: i personaggi che popolano moltissimi quadri veneziani del Seicento e del Settecento appartengono al repertorio mitologico e mettono in scena storie nella quali il valore concettuale è costituito dalle sottili allusioni erotiche. È vero che simili soggetti, in quei secoli, sono diffusi in ogni scuola pittorica d'Italia, ma a Venezia si velano di una sensualità eccezionale, che forse va intesa come deposito del libertinismo italiano, movimento che, nella città lagunare, si era arredato l'alcova più ovattata e protetta. A metà Seicento la memoria di Ferrante Pallavicino non era più così viva e i libertini della laguna si erano ormai tutti integrati nella società, offrendo più divertimento che scandalo. Fatto sta che, profana quanto è la pittura veneziana del Seicento, nessun'altra riesce a esserlo, e non escludo che su taluni quadri soffi anche e ancora l'aria ambigua della cultura di Praga, giunta all'ultimo respiro. Osserviamo, per esempio, la bella tela con Santa Cecilia di Francesco Maffei, uno dei quadri più interessanti della collezione Sorlini esposta al Museo Correr:.la santa protettrice dei musici presta i propri connotati a una elegante cantatrice che di santo ha assai poco. A legittimare la congettura che sul Maffei abbia influito la cultura rudolfina è il volto fisso e un po' inquietante di quel cantore che appare alle spalle della pseudo-Cecilia, descritta come martire dal putto che tiene in mano l'inconfondibile ramo di palma. Anche santa Cecilia, a Venezia, assume un'aria un po' profana, così come avviene per la regina Edvige di Polonia, nella tela realizzata dal prolifico Andrea Celesti, il quale, più che insistere sulla santità e la regalità di quella signora, pare volerne mettere in evidenza l'espressione giocata tra l'ammaliante, e il pudico e l'avvenenza un po' attempata, ma pur sempre florida. Il Seicento veneziano varrebbe la pena rileggerlo alla luce dei programmi iconografici e questi in rapporto alla committenza, n vario complesso della collezione Sorlini testimonia come in ambito veneziano non vengano sdegnate nemmeno le tematiche sacre; spiccano infatti alcuni quadri del Settecento che ci consentono di rilevare come, in parallelo con la straordinaria fioritura del vedutismo, anche la pittura di destinazione ecclesiastica e di devozione privata conosca un'impetuosa ripresa, grazie allo strepitoso contributo di Giovan Battista Tiepolo, di Gian Antonio e di Francesco Guardi, cui appartiene la bella Pietà, che si vuoi mettere in relazione con i Vesperbild (scene del vespro) di origine nordica, e che è anticipata da due splendidi disegni preparatori. «Da Bellini a Tiepolo. La grande pittura veneta della Fondazione Sorlini», Venezia, Museo Correr, sino al 26 febbraio 2006. Catalogo Marsilio.