Dalla biblioteca dell'Istituto italiano, riordinata e appena riaperta, è emerso un importante fondo risalente al Ventennio Erano libri e riviste sparsi un po' dovunque. In casse, sacchetti di plastica. Poi Fiorella Arrabbio Pi-ras, direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Buenos Aires, prese la sacrosanta decisione: riordinare. Sono passati pò- co più di tre anni e solo da poche settimane la nuova biblioteca è stata inaugurata, con oltre 30mila volumi disponibili, una delle raccolte più grandi di testi italiani al di fuori dei confini nazionali. Ma gli occhi degli esperti sono puntati soprattutto sul "fondo fascista": 4.800 libri e un centinaio di riviste. «Dopo la Seconda guerra mondiale molto di questo materiale venne distrut-to in Italia osserva la signora Piras . Qui invece è stato conservato». Claudia Bistuer, la bibliote-caria che ha curato l'opera di archiviazione, tocca alcune "perle", tra le più variegate, con la dovuta circospezione. Vita di Benito Mussolini di Ivon De Begnac del 1936 (Mondadori), due volumi rilegati con eleganza sugli «Acquedotti fascisti». E una copia originale de La cucina futurista di Filippo Tommaso Marinetti (già valutata sui 20mila euro), il mitico testo del '32 sulla «crociata contro la pasta asciutta», corredato di ricette come l'antipasto folgorante. Riordinando i volumi, la Bistuer si è trovata fra le mani così tanto materiale relativo al Ventennio che si è deciso di costituire il "fondo fascista": secondo quanto già verificato all'Istituto, dovrebbe rappresentare la maggiore raccolta del genere nel mondo. «Renzo De Felice venne qui negli anni Settanta più volte a studiare testi di quel periodo continua la Piras , ma non ci rendevamo conto di quanto grande fosse questa documentazione». Si stanno organizzando progetti per finanziare l'invio di studiosi italiani a Buenos Aires così da analizzare con cura il fondo. Mentre al nostro ministero degli Esteri è stato chiesto un aiuto per il restauro dei libri più a rischio (la carta "autarchica", di attiva qualità, resiste malamente allo scorrere del tempo). L'esistenza del fondo si spiega con i legami storici tra Italia ; Argentina, dove ancora oggi più di 600mila persone hanno in tasca il nostro passaporto (a proposito, voteranno per la prima volta alle prossime elezioni politiche). L'Istituto venne creato solo nel 1950, ma nelle sue stanze confluì il materiale custodito da altri organismi pubblici e soprattutto privati della città, compreso quello inviato dalla madrepatria durante il fascismo, spesso pura propaganda. «Il regime condusse una politica molto attiva nei confronti delle comunità di emigranti all'estero, in particolare qui in Argentina racconta Fernando Devoto, storico, docente all'Uba, l'ateneo pubblico di Buenos Aires . Si voleva rafforzare la loro italianità, ma il vero obiettivo era "fascistizzarli". Non fu facile, perché qui esistevano, varie istituzioni che erano nate nel solco della tradizione mazziniana e repubblicana». Il flusso più forte di immigrazione italiana giunse tra il ISSO e il 1914. Ricominciò dopo il primo conflitto mondiale, fino praticamente ad arrestarsi nella seconda metà degli anni Venti, anche per le restrizioni imposte proprio dal regime. «Riuscirono a portare sotto il proprio controllo diversi organismi, come la Dante Alighieri. Ma la reazione antifascista non mancò: si creò, ad esempio, una Nuova Dante continua Devoto . Le possibilità di influenzare gli italiani d'Argentina erano limitate anche dal fatto che le nuove generazioni si integravano rapidamente al Paese di adozione e frequentavano sempre meno le istituzioni della comunità. Mussolini arrivò a dire che in Argentina «non ci amano, non ci vogliono» L'assurdo è che il periodo in cui il fascismo riuscì più a influenzare le istituzioni italiane fu dal 1945 al 1952». Allora ricominciarono a sbarcare emigranti dall'Italia fra cui molti simpatizzanti del regime con l'intenzione di cambiare rapidamente aria. Alcuni d loro vennero attratti dal peronismo (lo stesso Carlo Sforza, ultimo segretario del Pnf, che a Buenos Aires pubblicava la rivista «Dinamica social»), ma il movimento del generale, grazie alla sua ambiguità ideologica, inglobò pure molti simpatizzanti della sinistra. Ritorniamo nell'atmosfera di via de Alvear. A Buenos Aires, nella sala della Biblioteca dell'Istituto. La documentazione disponibile non comprende solo il fondo fascista, ma anche tanti altri libri di cultura italiana. Se ne sono servite pure due scrittrici argentine, Ema Wolf e Graciela Montes, per immaginare la Genova medievale del loro romanzo El turno del escriba (tradotto da poco in Italia da Rizzoli con il titolo R sogno dello scriba), Ema e Graciela sono autrici di letteratura per bambini e ragazzi, ognuna per proprio conto famosa in tutta l'America Latina. Amiche da sempre. «Un giorno eravamo a bere una birra in un bar di Buenos Aires. Ci siamo dette che dovevamo scrivere qualcosa a quattro mani racconta Ema . Il bar si chiamava "Marco Polo". Così nacque l'idea del libro». È la storia (stavolta per adulti) di Rustichello da Pisa e di quei pochi mesi trascorsi in prigione assieme con Marco Polo, che a lui dettò il Milione. «Rustichello è un personaggio misterioso, di cui si sa ben poco. Era un amanuense che metteva le sue capacità di scrittura al servizio dei potenti. Non decise mai niente della sua vita, fu la Storia a farlo al posto suo, fino alla battaglia della Meloria, quando venne imprigionato dai genovesi. Noi abbiamo immaginato la sua storia personale, la sua psicologia. Non essendo italiane (anche se discendenti di emigranti venuti dall'Italia) né storielle abbiamo dovuto documentarci». Sono stati anni di ricerche affannose «anche se a Genova non ci siamo mai state». Nella Biblioteca dell'Istituto, che in quei tempi era in piena riorganizzazione, Ema trovò un volume con la ricostruzione architettonica del Palazzo del Mare (oggi San Giorgio), che in quel lontano 1298 ospitava gli uffici della Dogana e la prigione dove Rustichello e Marco Polo convissero. Tutta la storia de II sogno dello scriba si svolge in quell'edificio. Fu una scoperta importante. «Poi abbiamo scovato i grossi volumi degli Atti della società ligure della storia patria, con articoli eruditi sulla Genova di un tempo, sulla musica, sui mercati, sulla vita di tutti i giorni», aggiunge Ema. E libro delle due amiche, uscito per la prima volta in Argentina nell'aprile 2005, ha vinto in Spagna l'Alfaguara, uno dei premi letterali più prestigiosi per tutto il mondo ispanico. Il loro romanzo è diventato il caso letterario dell'ultima stagione a Buenos Aires e a Madrid. «È stato entusiasmante conclude Ema Wolf . Abbiamo viaggiato spesso in Europa». Ma a Genova non ci sono state. «Forse abbiamo paura di arrivare lì e di capire di aver commesso qualche errore». Meglio continuare a immaginare l'Italia, con una giusta patina di melanconia, dal Rio de la Piata.
il Sole 24 Ore
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Leonardo Martinelli
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