DA qualche settimana un avvincente reportage sul ritrovamento di un capolavoro di Caravaggio a Dublino nel 1990 è saldamente ai vertici delle classifiche americane. Ma il celebre dipinto di Dublino è davvero l'originale? Una buona parte degli studiosi - e con loro adesso anche lo Stato italiano - si è ormai convinta che l'opera al centro del best-seller americano sia probabilmente una copia successiva, mentre la versione originaria si troverebbe a Roma. E non in qualche museo capitolino o nella quadreria di un importante palazzo romano, ma sotto sequestro in un polveroso deposito dei Carabinieri, in attesa che si sbrogli un pasticcio giudiziario all'italiana. La storia misteriosa di questo quadro comincia il 2 gennaio 1603, quando Ciriaco Mattei, patriarca di una facoltosa famiglia romana, paga 125 scudi a Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, per acquistare «un dipinto della cattura di Cristo in giardino con cornice negra rabescata in oro». E'una somma molto cospicua per un dipinto, ma Caravaggio è l'artista più in voga a Roma in quegli anni. Ma il tempo passa, i gusti cambiano, e il realismo abbagliante e rivelatore di Caravaggio non viene più apprezzato come una volta. All'inizio del Settecento i Mattei si disfano de La cattura di Cristo, e per ottenere qualche soldo in più lo attribuiscono non a Caravaggio ma a un suo seguace olandese, Gherardo delle Notti. Poi se ne perde ogni traccia per quasi un secolo. Il dipinto ricompare nella collezione di Sir William Hamilton in Scozia nel 1802, dove rimane fino a quando viene messo all'asta ad Edimburgo il 16 aprile del 1921, sempre come opera di Gherardo delle Notti, e battuto a sole otto ghinee. All'inizio degli Anni Trenta i nuovi proprietari donano il dipinto ai gesuiti di Saint Ignatius a Dublino, che lo depositano alla National Gallery irlandese. La sequenza successiva si svolge a Roma ottant'anni più tardi. Una giovane ricercatrice dell'Università di Roma, Sandra Cappelletti, passa al setaccio con la collega Laura Testa l'inventario di un'antica casa romana alla ricerca di informazioni su un altro dipinto del Caravaggio. S'imbattono per caso in un indizio che in poco tempo porta il direttore delle collezioni del museo di Dublino, Sergio Benedetti, a «ritrovare» il Caravaggio perduto nei depositi della National Gallery. Benedetti lo fa restaurare e ripulire, e annuncia la sua scoperta su Burlington Magatine, la prestigiosa rivista d'arte. Sir Dennis Mahon, lo storico dell'arte considerato il più grande conoscitore vivente di Caravaggio, dà il suo imprimatur. E il «Caravaggio di Dublino» finisce sulle prime pagine dei giornali. Anche perché nel frattempo Caravaggio è tornato di gran moda. Entra in scena Jonatahn Harr, un giornalista e scrittore americano di successo che vive nel Massachusetts. Si appassiona alla storia e annusa il best seller. Viene a Roma, impara l'italiano, incontra i protagonisti, riempie decine di taccuini di appunti e cuce insieme un incalzante racconto-thriller, con la Cappelletti, Sir Dennis e Benedetti nel ruolo di protagonisti. The Lost Painting: Tne Quest for a Caravaggio Masterpiece, edito da Random House, esce a fine ottobre 2005 e balza subito in testa alle vendite. «Un libro ricco e meraviglioso», sentenzia il New York Times. Una bella storia a lieto fine, infiocchettata con maestria. Solo che la storia non finisce lì. Nel 2003 un navigato antiquario della vecchia Roma, Mario Biggetti, acquista dalla famiglia Sannini a Firenze un dipinto caravaggesco sulla cattura di Cristo nel giardino dei Getsemani, simile a quello di Dublino. E' un quadro che gli esperti conoscono bene. Roberto Longhi, il grande storico dell'arte (e rivale di Sir Dennis), lo aveva apprezzato, tanto da inserirlo nella mostra al Palazzo Reale a Milano nel 1951 che segnò l'inizio del «grande ritorno» di Caravaggio, ma lo considerava una copia probabilmente dipinta da un altro artista. E anche per quel giudizio di Longhi, la famiglia Sannini per anni non era riuscita a venderlo. «A me il quadro piacque subito moltissimo», racconta Biggetti, seduto al tavolino in fondo alla sua galleria-deposito in via Laurina, a due passi da piazza del Popolo. «Ne sentivo la forza, la straordinaria ricchezza». Mette insieme un gruppo di finanziatori, acquista il quadro, lo fa restaurare, ripulire, fotografare e radiografare, facendo emergere la straordinaria qualità pittorica del dipinto, le correzioni dell'artista e i suggestivi ripensamenti. Biggetti si convince che a dispetto del giudizio di Longhi, la versione Sannini de La cattura di Cristo è di Caravaggio. Anzi, che è probabilmente la prima versione, quella originaria, per la quale Ciriaco Mattei aveva sborsato 125 scudi nel 1603. «E' meno elegante e pulita del dipinto di Dublino, ma più spontanea e completa». Dopo aver visto il quadro restaurato e ripulito, esperti del calibro di Mina Gregori e Nicola Spinosa si convincono che il dipinto «Sannini» non è una copia dell'originale, come ipotizzato da Longhi, ma opera di Caravaggio. Claudio Strinati, sovrintendente alle Belle Arti di Roma, dopo una visita in via Laurina, sbotta che il dipinto deve essere «di quel pessimo pittore Caravaggio» (Strinati non è tra i suoi maggiori estimatori). Alla fine lo stesso Sir Dennis Mahon, interpellato dal Daily Telegraph, riconosce che il quadro in mano a Biggetti è «certamente» di Caravaggio. Aggiunge che l'artista ne aveva probabilmente dipinte almeno due copie, ma lascia in sospeso la questione di quale delle due versioni sia l'originale. A Dublino, comprensibilmente, insistono che il loro Caravaggio è quello buono. Ma finora né Benedetti né la Cappelletti hanno chiesto a Biggetti di vedere il «suo» Caravaggio. Una visione che sarebbe comunque difficile organizzare, visti gli ultimi sviluppi rocamboleschi della vicenda. Uno dei soci finanziatori dell'acquisto del Caravaggio «Sannini» si tira fuori dall'affare e fa causa a Biggetti. Il giudice ordina il sequestro cautelativo del quadro. «E così arrivano i Carabinieri e me lo portano via», racconta Biggetti sconsolato. Nel frattempo, allertato dagli studiosi, lo Stato interviene per notificare il quadro e impedire che lasci il Paese. Il dipinto di Biggetti, spiega la relazione del ministero per i Beni culturali, «riveste eccezionale interesse artistico». E aggiunge: «Si tratta infatti di una versione di grande qualità della tela di Caravaggio raffigurante la cattura di Cristo nell'orto eseguita dal pittore a Roma nel 1602 per Ciriaco Mattei. Il dipinto è il solo a riprodurre nella sua interezza l'invenzione originale del Caravaggio. Inoltre le radiografie dell'opera hanno evidenziato una serie di numerosi pentimenti, relativi allo scorcio dei volti e delle mani, all'impostazione dei personaggi, e alla lanterna sulla destra, che suffragherebbero l'ipotesi di una versione originale». Forte dell'atto di notifica del governo, che conferma la sua iniziale intuizione, e risolta la lite col socio finanziatore, Biggetti va a reclamare il suo quadro. Tutto inutile. Perché nel frattempo la Procura - e qui dal chiaroscuro si passa al surreale - decide di indagare l'antiquario per violazione della legge sulla falsificazione delle opere d'arte. E ordina una sua perizia sull'autenticità del dipinto. Insomma, il governo notifica il quadro perché lo considera un capolavoro, ma la Procura sente puzza d'imbroglio e ordina un'ulteriore perizia. Intanto il Caravaggio di Biggetti rimane nell'ombra, sotto sigilli, mentre il Caravaggio di Dublino è sotto le luci della ribalta.