BOLOGNA Benigni, Bernabè, Bonito Oliva. L'estroso regista, il serioso manager, il dotto critico sembrano aver poco in comune, se non la prima lettera del cognome. Li ha chiamati l'altra sera Alma, la scuola di management dell'università di Bologna, per rispondere, kennedianamente, alla domanda non su cosa l'impresa può fare per l'arte. Domanda abusata e le cui risposte sono in gran parte note: l'impresa fornisce sponsorizzazioni o finanziamenti a vario titolo, fornisce manager della cultura. Ma su cosa l'arte può fare per l'impresa. E qui le conclusioni sono meno ovvie. Franco Bernabè. che ha nel suo vasto curriculum anche la presidenza della Biennale di Venezia, ha provato a spiegarsi con un esempio: qualche anno fa, l'amministratore delegato di una multinazionale portò il suo top management a una immersione totale di una giornata in Biennale. All'uscita, ricorda Bernabè, i manager qualche idea in più ce l'avevano, non tanto sull'arte, ma sul loro modo di fare impresa. A livello macro, l'ex numero uno di Erri e Telecom ha sottolineato come, nell'era del low-cost, di Wal-Mart e della concorrenza cinese e indiana, l'Italia non possa più pensare di competere nelle produzioni a basso costo, ma abbia nell'arte e nella cultura i propri vantaggi competitivi e debba saperli sfruttare meglio di quanto stia facendo finora. Applicato all'industria, lo stesso concetto esposto da Federico Minoli, presidente di Ducati, secondo cui solo facendo moto che siano anche «opere d'arte», e quindi giustifichino il differenziale di prezzo, una casa come quella bolognese può sopravvivere oggi alla concorrenza giapponese. La provocazione su arte e impresa era stata lanciata dal direttore di Alma, Massimo Bergami, secondo cui l'arte può avere riflessi non solo sull'estetica dei prodotti e quella dei luoghi di lavoro, ma anche sulla riscoperta del rischio imprenditoriale inteso come gusto dell'innovazione e come stimolo alla creatività, altro ingrediente fondamentale per la nostra economia di fronte alle nuove sfide competitive. Sempre che si accetti che l'arte non può essere costretta entro limiti utilitaristici. L'arte non è il design, ha sentenziato Alfredo Pini, l'artista calabrese le cui opere figurano nei film di Roberto Benigni. Nella Sala del Ninfeo di villa Guastavi 11 a-ni, sede cinquecentesca di Alma sui colli bolognesi, Pini ha realizzato un'installazione con al centro un "altare" che è comparso anche in «La tigre e la neve», anzi è un elemento di una delle scene ricorrenti nel film. Lo stesso Benigni, dopo aver visitato l'installazione, è intervenuto a una discussione con gli studenti dell'università prima della proiezione della sua ultima pellicola. A. ME.