Sulla West Coast americana, a Malibu in California, riapre l'immensa e vaga copia della Villa dei Papiri di Ercolano, voluta nel 1974 da uno dei più pazzi miliardari del mondo, Jean Paul Getty (in 26 anni, anche nella precedente sede, non ha mai visitato il proprio museo; però viaggiava con un modellino della villa al seguito): già tutto esaurito fino al 1 maggio. Ma, alla "vernice", il direttore era assente. Perché assorbito da un più vitale compito, a Roma; venerdì, con cinque suoi collaboratori legali, ha discusso per tutto il giorno con una delegazione italiana (archeologi, esperti ministeriali, alti ufficiali dei "carabinieri per l'arte" e un avvocato dello Stato molto attivo), su come chiudere la peggior "grana" che angoscia il suo istituto: 52 importanti reperti provenienti dal nostro Paese, giunti in California grazie agli scavi ed al traffico, clandestini e illeciti, d'arte. Di 42 pezzi, una prima sentenza, contro Giacomo Medici, ha decretato la proprietà italiana; ma ci sono pure un grosso bronzo di Lisippo ripescato a Fano, e una Venere che proviene da Morgantina, in Sicilia, provincia di Enna. La delegazione del Getty Museum riferirà ai suoi trustees , gli unici in grado di decidere. Ma, pur nel massimo riserbo ufficiale, un accordo non pare lontano; e quindi, probabile una clamorosa restituzione. Però, chissà quando: perché, in cambio del riconoscimento della proprietà, l'Italia è anche disposta a lunghi prestiti. Dopo la giornata di lavoro, il ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione ha incontrato gli americani: «Alla vigilia, aveva ribadito che, se non fossero andati bene i colloqui, l'avrebbe evitato», afferma uno dei suoi. Al telefono, lui si confessa «ragionevolmente ottimista». Chi c'era, dice che non s'è parlato di singoli oggetti; «però c'è stato assai accordo sui temi di fondo, e anche sui concetti ispiratori della politica italiana». Una restituzione limitata ai 42 pezzi, dichiarati dal tribunale (sentenza di primo grado) provenienti da Giacomo Medici? «Per concedere lunghi prestiti, occorre verificare una non meno imponente buona volontà»; insomma, nessuno lo dice, ma un accordo sarebbe impossibile senza almeno la restituzione anche della Venere : due metri di pietra calcare, antica di 400 anni prima di Cristo. «Proprio l'altro ieri», aggiunge il ministro, «ho sentito al telefono anche il direttore del Metropolitan Philippe de Montebello: ora, posso immaginare un'imminente chiusura pure della controversia che riguarda il massimo museo di New York». E significa la restituzione, magari anche qui dopo un ulteriore prestito, almeno del famoso e immenso Cratere d'Eufronio, decorato con scene della Guerra di Troia, capace di 45 litri, pagato, nel '72, un milione di dollari dall'allora direttore Thomas Hoving (che ora si dice certo della sua estrazione da Cerveteri, e non dal Libano, come da versione ufficiale) e di altri rilevanti oggetti: al Getty, se ne contestano 52 (su 104 "capolavori" che possiede); e una dozzina al "Met". La delegazione italiana ha sciorinato a quella americana le prove, una ad una, della provenienza italiana dei reperti; anche di vasi apulii antichi di 2.300 anni, a figure rosse, con Perseo e Andromeda. Gli ospiti n'hanno preso atto, e ne hanno convenuto. Forse, gioca un ruolo il processo in corso contro Marion True, dall'86, per 20 anni curator del museo, che potrebbe essere chiamato a esibire i documenti in cui i suoi legali consigliavano di celarne degli altri, capaci di dimostrare l'illegittima acquisizione dei reperti: scomodo evidenziare al processo, in cui lo Stato italiano è parte civile, la consapevolezza del Getty. Che ha avuto «un nuovo approccio», concorde nella «convinzione che un grande museo non può ricorrere a "mezzucci" per impinguare le proprie collezioni». Sullo sfondo, anche un accordo appena firmato tra Italia e Cina, che prevede di sospendere le relazioni culturali con i musei coinvolti nei traffici archeologici. Meno probabile sembra, invece, il ritorno del bronzo di Lisippo, ripescato in Adriatico: per un nostro giudice, in acque non territoriali, per cui, anche se è transitato di sicuro nel sottoscala di un prete a Gubbio, affermarne la proprietà italiana è meno facile. Resta ancora da ricordare che altri musei, europei e americani, hanno certamente acquistato reperti illecitamente scavati e esportati in e dall'Italia: almeno 22 il museo di Boston, un altro ognuno Cleveland e Princeton, sei la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, tra cui un carro etrusco riccamente decorato, e altri ancora sono a Monaco e perfino in Giappone. Ma forse, ora stanno cominciando (finalmente) a ritornare.