Nel 1939 Mussolini decise d'inviare in America una rappresentanza di opere d'arte italiane; fra esse c'era persino la Pietà di Michelangelo. Per i dettagli, convocò il ministro Bottai, Argan e Brandi. Poiché nessuno era disposto ad assicurare le opere, tranne i Lloyd di Londra, a cifre altissime, chiese loro come utilizzare diversamente la stessa somma. La risposta dei tre fu unanime: nacque così l'Istituto centrale del restauro (Icri [sic]) che, ancora oggi, il mondo ci invidia. Per accedervi, occorre superare un esame. Frequenza obbligatoria per 4 anni (in futuro saranno 5). Ogni insegnamento ha dei laboratori. Alla fine, l'Icri [sic] dà un diploma. Invano da più di 15 anni si parla di equiparare questo titolo a una laurea. Nel 2002 il Ministero per i beni culturali ha indetto un concorso (per esami e titoli) di riqualificazione per restauratori: chi usciva dall'Istituto aveva un diploma che valeva 2 punti e mezzo; chiunque avesse una laurea (anche in Agraria o in Legge), 40 punti. Un vero e proprio schiaffo al buon senso. Con le lauree brevi ora il problema s'è ingrandito: chi pensa di fare una carriera da burocrate mai s'iscriverà all'Istituto del restauro, mentre già il patrimonio artistico italiano è alla mercé di sponsor che, spesso, per avere un «ritorno», chiedono di «restaurare» più volte un Raffaello, che non ne ha affatto bisogno.
C'è un morente. È l'Istituto del restauro
Nel 1939, Mussolini inviò una rappresentanza di opere d'arte italiane in America, tra cui la Pietà di Michelangelo. Per finanziare l'operazione, chiese ai Lloyd di Londra di utilizzare la somma in un modo diverso. I Lloyd risposero che creavano un istituto per il restauro, l'Istituto centrale del restauro (Icri), che ancora oggi è considerato un modello. Per accedere all'Icri, si deve superare un esame e frequentare 4 anni di corsi (in futuro 5). L'Icri conferisce un diploma. Tuttavia, il titolo non è stato equiparato a una laurea per più di 15 anni.
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