C'erano una volta gli Argan, i Cesare Brandi, i Ragghianti, i Longhi, storici dell'arte che fondevano erudizione e impegno civile, che conoscevano il passato e si cimentavano col presente e facevano sentire la loro voce nelle città, nell'agone pubblico. Venivano da lontano, da territori arati da maestri come Adolfo Venturi, e hanno seminato molto. Se consideriamo unanimemente Caravaggio un grande, chi ha infranto il muro della sottovalutazione è stato Longhi poco meno di un secolo fa. E Giulio Carlo Argan nel '75 divenne sindaco di Roma, da indipendente del Pci, perché la sua professione era avvertita come fondante e necessaria anche per regolare una metropoli, la convivenza, l'urbanistica, esperienza ricostruita dallo stesso intellettuale in un lungo colloquio del '91 con due studiosi francesi, Perelman e Joubert, meritoriamente pubblicato adesso in italiano da Graffiti nella collana degli Annali dell'Associazione Bianchi Bandinelli con il titolo Intervista sul Novecento. Questa lezione è finita sotto un cumulo di polvere? Il degrado devastante dei beni culturali l'ha sepolta? Gli storici dell'arte sentono di non aver più voce in capitolo, ma più d'uno inizia ad avvertire un formicolio, l'urgenza di interpretare il mestiere còme strumento per salvaguardare la cultura della nostra malconcia penisola. Lo attesta un libro in uscita a febbraio, Gli storici dell'arte e la peste che pubblica Electa in uscita nella collana «Per le belle arti» (pagine 240, euro 18,00) a firma di una coppia insolita: la sempre battagliera ex soprintendente della Galleria nazionale d'arte moderna di Roma Sandra Pinto e Matteo Lafranconi, studioso quarantenne. I due hanno conversato con 40 storici dell'arte per rivendicare da un lato la centralità della disciplina nel vivere civile mentre ne avvertono la marginalità, dall'altro per scuotere ben bene chi s'è rifiigiato a coltivare il proprio orticello. «Discorriamo mentre fuori imperversa lapeste: la struttura si regge su questa figura retorica presa dal Decamerone, possibilmente evitando toni lamentosi», avvisa Sandra Pinto. E dunque lei e Lafranconi hanno radiografato il corpo degli studiosi e l'esito non è allegro: il libro è anche un'accusa a chi non ha voluto vedere la malattia o ha scelto l'acquiescenza, denuncia vizi e vizietti, tipo l'eccesso di mostre (la «móstrite») a scapito della tutela e della ricerca scientifica, e tuttavia l'analisi rivela che qualche anticorpo alla peste è entrato in circolo. «La disciplina ha perduto peso. Nei beni culturali il funzionario ormai conta meno di tutti. Cosi un anno e mezzo fa abbiamo deciso di sporgerci sul baratro in cui precipitiamo non solo come soprintendenze, dove lottavo come una che svuota il mare cori un Sécchio, ma anche come università», spiega Sandra Pinto. I 40, metà uomini e metà donne, sono stati scelti a campione, per bravura, per fiducia, per una certa omogeneità etica e lungo tre fasce di generazioni: una decina dagli over 65, 18-19 coprono l'età di mezzo dai 50 ai 65, una decina infine è sotto i 45-50. Vengono dalle soprintendenze gli autori, Caterina Bon Valsassina, Nicola Spinosa, Carlo Sisi, i più sono o sono stati docenti: Paola Barocchi, Enrico Castelnuovo, Ferdinando Bologna tra i «grandi vecchi», poi Maria Grazia Messina, Antonio Pinelli, Bruno Toscano, e ancora più giovani come Giovanni Agosti, Giovanna Capitelli, Francesco Caglioti, Tomaso Montanari. «Hanno aderito più facilmente i più anziani e i più giovani - ricorda Lafranconi -. Quelli di mezzo sembrano in maggiore difficoltà nell'ammettere una situazione che li vede impotenti. Eppure, pensando a Briganti, Brandi, Longhi, come tecnici noi dovremmo essere le guide della tutela. Perciò rivendichiamo la titolarità, come il dovere, di denunciare i guasti nell'arte, nella gestione pubblica. Oggi solo Settis riesce a farsi ascoltare con successo». «Impegnarsi nella salvaguardia quotidiana, non solo nelle emergenze, nell'insegnamento, onestamente, generosamente, anche al di là dell'orario» - pure questo ha un senso di azione civile secondo Sandra Pinto. Ma la differenza tra l'oggi e personaggi come Argan? «Lui, come gli altri, era informato sia su Brunelleschi che sull'arte cinetica, aveva una visione simultanea del presente e del passato e questo lo rendeva credibile, gli dava un senso di attualità. Nella nostra stagione degli specialismi nessuno prova più a governare la complessità». Interviene Rosanna Cappelli, archeologa, ideatrice della collana Electa sui beni culturali: «Se si è verificato un decadimento così profondo, iniziato con i famosi Giacimenti culturali degli anni 80, è responsabilità della politica, è responsabilità degli editori che vogliono solo cataloghi di mostre e non ricerche ma ùndisastro simile non può aver avuto luogo senza che i protagonisti, consapevolmente o meno, non ne abbiano avuto parte. Agli storici dell'arte è mancata una consapevolezza critica della crisi». Eppure seguendo questo libro ha intravisto uno spiraglio: «Ho sentito un risveglio di coscienza civile, passione. Forse non tutto è perduto».
Cari storici dell'arte, svegliatevi
Un libro pubblicato da Electa, intitolato "Gli storici dell'arte e la peste", rivela un quadro disastroso della disciplina. I 40 autori, tra soprintendenti e docenti, hanno denunciato la marginalità degli storici dell'arte e la loro mancanza di voce in capitolo. Il libro accusa la politica e gli editori di aver contribuito al decadimento della disciplina, che ha perso peso e importanza. I protagonisti della crisi, consapevolmente o meno, non hanno avuto parte nel degrado. Il libro ha però anche rivelato uno spiraglio di speranza, con un risveglio di coscienza civile e passione tra gli storici dell'arte.
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